ECO, LA MERAVIGLIOSA VOCE DELLA MONTAGNA!

Postato il Giu 12, 2018 | 0 comments


 

 

Eco e Narciso è un dipinto del 1903 di John William Waterhouse, che Illustra l’episodio omonimo narrato dal poeta latino Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi

ECO, LA MERAVIGLIOSA VOCE DELLA MONTAGNA!

L’eco sta alla voce come l’ombra sta al corpo. Non è che un riflesso, un’apparenza fuggitiva e fugace. Talvolta deificata e temuta, l’eco è una sorta di voce eterea, soprannaturale, al modo stesso del brontolio del tuono o del soffio della tempesta; eppure nella sua stessa essenza, ha un legame intenso ed intimo con l’acqua, la terra, i fiori, anzi, con un fiore in particolare. Pallido, curvo, caduco. Esattamente come lei, fugace.

Un giorno il Dio fluviale Cefiso, imprigionò la bellissima naiade Liriope in un’insenatura della sua corrente e la possedette contro la sua volontà. La ninfa, rimasta incinta, diede alla luce un bambino cui pose nome Narciso. Perfetto, bellissimo.

 

La madre, angosciata dal futuro della sua splendida creatura, così perfetta, andò a chiedere consiglio all’indovino cieco Tiresia, il quale gli rivelò la più funesta delle profezie: il ragazzo avrebbe avuto lunga vita a patto che non vedesse mai il proprio volto. E fu così…Narciso giunse al suo sedicesimo anno di età, bello, superbo e sdegnoso; desiderato da giovani e fanciulle, a nessuno concedeva avvicinarsi.

Durante una caccia al cervo fu scorto da Eco, la ninfa capace di pronunciare solo le ultime sillabe delle parole che udiva: questo era dovuto ad una vendetta di Era, che volle punire la ninfa per averla trattenuta quando stava per sorprendere l’infedele consorte, il divino Zeus, fra le braccia di qualche ninfa.

Eco seguì Narciso di nascosto, infiammandosi sempre di più d’amore; desiderava rivolgergli tenere parole, ma poteva soltanto mandargli il reverbero della sua stessa voce. Per caso il ragazzo, allontanandosi dalla fedele schiera di compagni, aveva detto: “Qualcuno c’è?”

“C’è” aveva risposto Eco. Resta stupito, guarda in ogni direzione, poi grida a gran voce: “Vieni”

“Vieni” Lei chiama Lui che la chiama. Si volta e non vedendo nessuno, “Perché mi fuggi?”.

“Perché mi fuggi?” dice. E quante parole disse, tante ne ebbe in risposta. Insiste, e ingannato dal ritorno della voce, dice: “Incontriamoci qui!” Eco, che a nessun invito avrebbe risposto più volentieri, ripete: “Incontriamoci qui”… E alle parole fece seguire i fatti: uscì allo scoperto, gli si fece incontro speranzosa, per cingerlo fra le sue braccia…

Ma Narciso fuggì gridando, inorridito al solo pensiero.

La ninfa, così crudelmente respinta, si ritirò nei boschi, coprendosi il volto per la vergogna, chiusa in un amore sempre più intenso e in un dolore sempre più lacerante. Lentamente il suo corpo si consumò, e di lei non rimasero altro che le ossa e la sua voce: la voce è sempre la stessa; le ossa, come si racconta, presero l’aspetto di pietre.

La sorte di Narciso non fu affatto migliore: il giovane si innamorò della sua immagine riflessa in uno stagno; e che nel tentativo di afferrarla cadde in acqua e annegò. Il suo peccato, la sua colpa, sono racchiusi in quel piccolo fiore, bellissimo, ma al tempo stesso effimero, fugace. Ma l’ECO invece rimane, imperituro, lo possiamo udire ogni volta che vogliamo: è la risposta alle nostre grida, alla nostra richiesta di liberarci da qualcosa che ci pesa; è la testimonianza che in montagna, spesso, si trovano risposte a domande e problemi che non sapevamo neanche di avere.

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