DOLCETTO O SCHERZETTO? HALLOWEEN…LE ORIGINI DEL CULTO.

Postato il Ott 24, 2019 | 0 comments


 

Dolcetto o scherzetto?

Quante volte, in questi anni, ognuno di noi è incappato in questa golosissima quanto terribile (provate a scegliere scherzetto…) frase?

Halloween, o per italianizzare, la Vigilia di Ognissanti, è diventata ormai una festa commerciale in tutto il mondo e, come spesso accade, il significato originario, la vera essenza della ricorrenza, si è persa dietro scaffali interi di gadgets e accessori a tema.

Oltre all’ormai consueto stereotipo per cui la festa è caratterizzata dall’arrivo del male puro sulla Terra, che sguinzaglia tutte le principali creature del terrore a suo servizio (streghe, mostri, zombie e chi più ne ha più ne metta) per sottomettere o distruggere l’uomo, non tutti sanno che invece, la festa che si celebra il 31 Ottobre, è un vero e proprio inno alla vita: nasce con un forte richiamo alla natura, alla ciclicità delle stagioni, alla fine dell’estate e all’inizio dell’inverno.

È il SAMHAIN tanto caro ai Celti (derivato dal gaelico samhuinn, e significa “summer’s end”)  base di ogni ricorrenza che festeggiavano, il ringraziamento per l’anno di raccolto appena trascorso e la speranza di un raccolto prosperoso per l’anno venturo. È una originaria versione del Capodanno nostrano che si basa sull’accaparrarsi, nella maniera più naturale e semplice possibile, la benevolenza delle divinità non per diletto, ma per sopravvivenza: erano un popolo di pastori, quindi il loro tempo era scandito da quello che gli allevamenti imponevano, e perciò, alla fine dell’estate, del caldo, tornando a valle, per loro era la fine dell’anno.

Cadendo tra la notte del 31 Ottobre e il 1 di Novembre, la festa di Halloween si associa a quella di Ognissanti: anche il nome, che deriva dallo scozzese All-Hallows-Even rimanda proprio a questa ricorrenza cristiana, perché Hallows è la dicitura arcaica per “santi” nella lingua inglese, mentre even, riprende la vigilia che ancora oggi si usa per indicare le feste più importanti, come la Vigilia di Natale, Christmas Eve. Il continuo mescolarsi di Cristianesimo, Paganesimo e Naturalismo, fa sì che questa festa assuma le caratteristiche che oggi ci sono note, ed ogni paese predilige ed enfatizza un aspetto rispetto ad un altro. L’idea di base però è quella di tempo sacro , un tempo, un preciso momento tra la notte ed il giorno in cui si poteva avere un ultimo contatto con i defunti, sottoforma di spiriti che solo la modernità, ha trasformato in esseri paurosi e terrificanti.

E nella nostra cultura, in Italia, come viene vissuta questa ricorrenza? Quali sono le credenze che costituiscono il nostro bagaglio cultural-popolare?

 

Ogni regione ha “la sua storia”, interpretata o re interpretata a seconda del fine per cui viene raccontata. Tutte però hanno un elemento in comune: riprendono, o si basano interamente, sula matrice cristiana della festa, sottolineando e dando importanza al festeggiamento di Tutti i Santi, anche se poi inevitabilmente, l’atmosfera si tinge di noir spostando l’attenzione sulla successiva festa dei Morti.

L’Abruzzo in questo senso, ha subìto molto l’influenza celtica, che non ritroviamo solo in alcuni prefissi dei dialetti nostrani, ma anche nella vita quotidiana.

I festeggiamenti del 31 Ottobre attecchiscono soprattutto nella Valle Peligna, e prendono il nome del CAPETIEMPE. Era una vera e proprio festa, che durava 10 giorni (quindi terminava all’incirca l’11 Novembre, festa di San Martino) e si articolava in 4 diverse fasi, ognuna caratterizzata da riti propiziatori per, appunto, ingraziarsi gli spiriti e sperare in un raccolto sostanzioso per l’anno venturo.

Era consuetudine nella prima notte del Capetiempe non sparecchiare la tavola alla sera e non spazzare il pavimento, per favorire e “ospitare” il ritorno del o dei defunti che potevano trovare così vitto sicuro in quella casa: le vie, alla sera, si illuminavano di una luce fioca, giallastra, che serviva ad illuminare il cammino di queste anime. La zucca, che comunemente si pensa essere tipica della cultura irlandese e anglosassone, si ritrova anche nella tradizione nostrana: intagliata, con facce ed espressioni diverse, fungeva da portacandele e serviva, nella maggior parte dei casi, a spaventare i passanti e facilitare il passaggio delle anime tra le vie del paese.

L’immaginario abruzzese è ricco di elementi che richiamano culture solo apparentemente diverse dalla nostra: ritroviamo la scurnacchèra (Introdacqua), una processione di defunti che nella notte di Ognissanti percorreva le vie del paese per far ricongiungere i trapassati con i propri cari. Queste “visite”, narrate nei racconti in molte zone d’Abruzzo, ricordano lontanamente la questua, anzi, in molti affermano che la tradizionale raccolta di fondi porta a porta, sia da essa derivata.

Poi c’è la pantafìca.

La pantafìca è quell’essere che nel nostro retaggio culturale si avvicina di più all’immagine della strega: è infatti, una figura spettrale che disturba il sonno del malcapitato paralizzandolo e impedendogli di muoversi e parlare. Di aspetto orribile, viene descritta crudele e spietata, ma tuttavia con dei punti deboli in grado di neutralizzarla: il vino, di cui è particolarmente ghiotta, e la minuteria, le cose piccole, che lei ama contare e che sarebbero quindi in grado di distoglierla dai suoi cattivi propositi (molto spesso nelle rappresentazioni delle camere da letto antiche si ritrovano sacchetti di legumi o scope di saggina molto folte). Dove c’è il veleno quindi, c’è anche , di solito, l’antidoto.

 

Credenza popolare o no, l’Abruzzo offre la possibilità di scoprire delle usanze perse e dimenticate tra le pieghe del tempo, semplici, rozze e quasi rurali. Richiamano quella semplicità tipica dei contadini e pastori che, timorosi dell’ignoto, del non conosciuto, per spiegarsi eventi non proprio benevoli, usavano attribuire a forze oscure (Diavolo, folletto o strega che sia) la colpa di tutto, anche per neutralizzare e “limitare” una paura che altrimenti avrebbe preso il sopravvento sull’intera quotidianità.

Ecco perché non bisognerebbe dimenticarle, sono in qualche modo “confortanti”: potrebbero sopravvivere se, tra un dolcetto e uno scherzetto, prestassimo attenzione anche ai racconti dei nostri nonni e ai luoghi che li caratterizzano.

 

di Silvia Collalti

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