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La storia dell’Elleboro puzzolente

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Se è vero che la primavera, con la bella stagione, riporta fiori e germogli, non è comunque vero al tempo stesso che l’inverno non sappia sorprendere con qualche verde sorpresa. L’Elleboro, infatti, è in grado di sopportare bene il rigore del freddo e chiudendo i propri boccioli resiste bene anche con la neve, permettendo una fioritura in epoche davvero anomale per altre piante, ovvero tra gennaio e aprile

Tra le molte tipologie di questa Ranuncolacea, la più particolare è probabilmente la cosiddetta puzzolente (Helleborus foetidus), che cresce spontaneamente nei nostri territori ed arriva al massimo splendore proprio adesso, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, con i suoi fiori penduli giallo-verde o verde chiaro bordati di porpora.

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Deve il proprio curioso nome all’odore che naturalmente emana, decisamente poco gradevole. Ha appassionato da sempre storici e studiosi per le sue qualità farmacologiche che, se dosate in modo opportuno possono rivelarsi un’arma pericolosissima. In effetti l’Elleboro è ricco di glicosidi, tra i quali una che porta appunto il suo nome: elleborina. Grazie a questa e ad altre sostanze tossiche, quali saponine e protoanemonina, può danneggiare irrimediabilmente il cuore o provocare spasmi violenti, convulsioni, delirio e, in casi estremi, anche la morte di chi dovesse ingerirlo. La pericolosità di questa pianta era ben nota già in epoca antica e sfruttata, per questa ragione. L’episodio probabilmente più noto lo riporta il grande storico Pausania nel suo Periegesi della Grecia, trattato geo-storiografico scritto nel II secolo d.C. Nel decimo libro dell’opera, infatti, si racconta dello stratagemma con cui Solone difese la città di Atene dai Cirresi pronti ad attaccarla. Egli propose ai propri cittadini di gettare piante di elleboro nel fiume che riforniva d’acqua l’accampamento dei nemici che, colti da dissenteria grave, dovettero rinunciare all’assedio. Secondo alcune leggende, poi, gli ateniesi furono in grado di ripetere l’impresa anche contro i temutissimi nemici di sempre: gli Spartani. Sembrerebbe che anche loro, infatti, siano caduti vittima dello stesso identico stratagemma e di quella che fu definita prima arma chimica della storia delle guerre e dell’antichità.

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È pur vero che l’elleboro, però, è anche in grado di curare, se somministrato in dosi ridotte e sotto il controllo medico. È infatti un potente narcotico usato, anche in epoche passate, per sedare attacchi epilettici o crisi di nervi. Per questa ragione, in antichità, molte delle favole o leggende legate a questa pianta, quando non la dipingono come arma, ne parlano come rimedio alla pazzia. Il pastore Melampo, mitico medico ed indovino degli antichi, dopo aver testato gli effetti della pianta sulle proprie pecore, si dice l’abbia utilizzata per guarire anche le figlie di Preto, re della mitica Argo, che credevano, in preda alla follia, di essere divenute delle vacche. Il suo intervento si rivelò a tal punto miracoloso e tempestivo che divenne leggendario e Melampo da povero pastore divenne uno degli uomini più influenti del regno, ottenne la mano di una delle giovani figlie del re che aveva salvato, il re gli donò parte del regno e passò alla storia col titolo onorifico di Purgatore.

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“Hai bisogno dell’Elleboro” divenne, col tempo, un modo comune per dire a qualcuno che probabilmente era pazzo e perfino l’imperatrice Agrippina, preoccupata delle follie del giovane figlio Nerone, si dice ne preparasse insalate per tenerlo a bada.

Nel mondo campestre, in Toscana, fino a qualche generazione fa, l’Elleboro era invece un ottimo alleato dei contadini perché si ottenessero in tempo utile pronostici sul raccolto. Si credeva, infatti, che i le escrescenze floreali di questa pianta indicassero la qualità del raccolto e più ve ne crescevano più fausto sarebbe stato il raccolto.

Se, camminando per le nostre montagne di questa stagione, dovessi quindi imbatterti in questo lucido e verde virgulto ricorda che non stai guardando una semplice pianticella cresciuta spontaneamente al margine del sentiero, ma una delle più potenti piante officinali della storia nonché l’arma che garantì la vittoria a chi riuscì ad usarla a proprio vantaggio.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, decliniamo pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

Elleboro puzzolente

 

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Montagne Selvagge

Escursioni guidate nelle selvagge bellezze d’Abruzzo

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Ramno spaccasassi

Rhamnus pumila Turra

Fotografato da “Montagne Selvagge” nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

Ramno spaccasass

Info da www.actaplantarum.org

Forma Biologica: NP – Nano-Fanerofite. Piante legnose con gemme perennanti poste tra 20 cm e 2 m dal suolo.

Descrizione: Arbusto nano strisciante, alto 5-25 cm, inerme, con apparato radicale forte che si insinua in fessure rocciose e con rami brevi e contorti che abbracciano rocce e sassi.
Rami alterni prostrati-tortuosi, pubescenti da giovani, grigiastri a maturità.
Foglie alterne brevemente picciolate, riunite in fascetti all’apice dei rami, generalmente da ovali a subrotonde, estremamente variabili per aspetto e dimensioni, mediamente lunghe 3-5(6) cm e larghe 1-2 cm, a bordo dentellato; lamina verde-lucida sotto, con nervature (solitamente 6-8 paia) arcuate ben evidenti, che si toccano fra loro al bordo.
Fiori dioici (maschili e femminili su piante diverse), brevemente peduncolati con calice tetramero verde, riuniti in fascetti pauciflori alla base dei rametti giovani; 4 petali acuti e brevi giallo-verdastri, mancanti spesso nei fiori femminili, quest’ ultimi a stilo 2-4-fido.
Frutto globoso drupaceo, dapprima verde-roseo, poi a maturità nerastro di 4-5(8) mm di diametro.

Tipo corologico: Orof. S-Europ. – Orofita sud-europea (catene dell’Europa meridionale, dalla Penisola Iberica, Alpi, ai Balcani ed eventualmente Caucaso o Anatolia).

Antesi: maggio-giugno(luglio)

Habitat: Su rupi e ghiaioni, massi e macereti, di norma calcarei e dolomitici, da (300)1000 a 2000(3000) metri.

Ramno Spaccasassi

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La favola della quercia e del diavolo

Una leggenda popolare sarda ha come protagonista la quercia

Tanto tempo fa, quando ancora era cosa comune incontrare per strada il Signore Iddio, un giorno il diavolo mogio mogio si recò da lui. Fattosi coraggio, gli rivolse rispettosamente la parola: “Tu, o Signore, sei il padrone di tutto l’universo, mentre io, povero diavolo, non posseggo nulla in questo mondo…Ti prego pertanto di concedermi la potestà su una minima parte del creato.” E Dio, di rimando: “Cosa desidereresti avere?” E il diavolo: “Il potere su boschi e foreste!”
E Dio decretò: “Così avvenga. Il potere su boschi e foreste ti apparterrà quando questi d’inverno saranno senza fogliame. Tornerà a me, invece, nelle altre stagioni, quando gli alberi saranno coperti di foglie.” Saputa la notizia dell’avvenuto patto, tutti gli alberi del bosco cominciarono a preoccuparsi, finchè l’inquietudine si trasformò in agitazione.
Il carpino, il tiglio, il platano, il faggio, l’olmo, l’acero si chiedevano avviliti: “Cosa possiamo fare? A noi le foglie cadono proprio in autunno”. Finché al faggio venne l’idea di consultare la quercia, l’albero saggio tra i saggi. Quando sentì la storia del patto, la quercia rifletté gravemente ed alla fine sentenziò: “Faremo così, cari amici. Io tenterò di trattenere sui rami le foglie secche, finché a voi non saranno spuntate le nuove!
In tal modo il demonio non potrà avere il dominio su nessuno di noi. Così avvenne e il diavolo  beffato. Da allora la savia quercia trattiene il fogliame secco per tutto l’inverno, finché in primavera spuntano le prime foglie verdi.

Roverella

DAPHNE LAUREOLA: l’arbusto che salvò la ninfa Dafne dall’amore del dio Apollo

Daphne Laureola - dettaglio


DAPHNE LAUREOLA o LAURELLA (velenosa)

Quest’arbusto sempreverde, che trova il suo habitat migliore nelle foreste di latifoglie, nelle faggete e nei luoghi umidi, fiorisce in primavera ed in tarda estate porta a maturazione bacche nere ovali e lucide.

Deve il suo nome alla particolarità delle sue foglie lanceolate e coriacee, che tanto ricordano quelle del più noto Lauro o Alloro, di cui, solo apparentemente, sembrerebbe essere una forma minore. In realtà le due piante non potrebbero essere più diverse, se si pensa che la prima è spesso presente in cucina come erba aromatica, mentre la nostra potrebbe uccidere un uomo in breve tempo, tanto è velenosa in ogni sua parte.

“Apollo e Dafne” (1908) di John William WaterhouseMITI E LEGGENDE:

Il noto mito di Apollo e Dafne, raccontato in arte centinaia di volte da poeti, pittori e scultori, torna spesso anche in botanica a ricordo della metamorfosi della ninfa che, piuttosto che finir preda del dio, chiese ed ottenne di divenire un arbusto. A far da contraltare alla libido del giovane Apollo, che per la prima volta perdeva la testa per una giovane, troviamo infatti Dafne, simbolo della castità cara a Diana. Cupido, dio dell’amore, geloso della prepotente bellezza del dio del sole, volle condannare Apollo a pene d’amore che altrimenti non avrebbe mai sofferto, scagliando una freccia d’oro al giovane, perché si innamorasse, ed una di piombo a Dafne perché, al contrario, ne rifiutasse la corte.
Daphne LaureolaOgni pianta che, dal tempo antico del mito ad oggi, porta il suo nome, dunque, nasconde tra le sue foglie un po’ della bellezza della giovane ninfa, dal Lauro nobile alla nostra Laurella, come se, dai loro arbusti, non dovesse spegnersi mai.

Nelle foto: la Daphne Laureola incontrata e fotografata da noi e l’opera “Apollo e Dafne” (1908) di John William Waterhouse.

SEMPERVIVUM

SEMPERVIVUM (Sempervivum della famiglia delle Crassulaceae):

Sempervivum MontanumSpesso, camminando in montagna, vi sarà capitato di notare le piccole rosette carnose di questa pianta, riconoscendola subito come “grassa”. Quest’aggettivo, però, non descrive correttamente l’abilità di piante come questa che sopravvivono accumulando acqua e nutrimento nel proprio corpo carnoso. Esiste un termine molto più vicino al mondo culinario che le definisce scientificamente e noi, pensando alla loro forma ben tornita, non potremmo esserne più convinti: esse non sono “grasse”, dunque, ma “succulente”.

STORIA, MITI E LEGGENDE:

Nota per la caparbia resistenza, venne chiamata Sempervivum per la piena adattabilità a terreni inospitali o sassosi già nel IV sec. a.C., quando il naturalista Teofrasto la definì tale con l’equivalente greco del nome che ancora porta. Plinio il Vecchio descrive alcuni degli habitat più comuni del nostro sempervivum, ricordando come spuntasse dai muri o si sviluppasse indisturbato sui tetti. Questa sua naturale predisposizione faceva di questa pianta un perfetto materiale da costruzione, soprattutto nel nord Europa, dove le sue rosette “succulente” riuscivano, sulla sommità dei tetti di paglia, ad impermeabilizzare le abitazioni. I Romani ne facevano un uso molto meno pratico, ma ugualmente diffuso: coltivavano il sempervivum per proteggere le case dai fulmini di Giove, che non avrebbe scagliato la sua ira lì dove avesse trovato una pianta a lui tanto cara da portare anche il suo nome: IOVIS BARBA (lett. barba di Giove). Questo curioso nome le rimane tutt’oggi nella lingua francese, dove il nostro sempervivum è ancora joubarbe. Anche i suoi poteri in qualche modo apotropaici restano del tutto intatti ad oggi, se si pensa che gli inglesi sono soliti piantarlo davanti il portane col nome di “houseleek” ovvero “guardiani della casa”.

Carlina Bianca

CARLINA BIANCA (carlina acaulis)
Questa pianta dal duro aspetto spinoso nasce e si sviluppa in habitat montano, tra i 1600 e i 2000 metri s.l.m., ben accolta da terreni silicei o calcarei, meglio se sassosi. Molto spesso sarà capitato di trovarla passeggiando in campagna, dove si difende bene con i suoi piccoli aculei da chi distrattamente stesse per calpestarla. D’estate, sui terreni arsi dal sole, fiorisce, aprendo capolini vistosi con petali candidi, quasi lucidi, disposti a raggiera.

Carlina BiancaUSI E PROPRIETA’:
Usata dagli erboristi come antisettico naturale, tonico e diuretico, si credeva potesse tener lontano persino il malocchio, tanto che i Sassoni erano soliti portarla con sè come un talismano contro qualunque tipo di male. La capacità dei fiori di aprirsi quando l’aria si fa asciutta e secca e chiudersi, al contrario, quando si appresta un temporale, fa di questa pianta un barometro naturale e spesso, per questo motivo, nelle zone di campagna la si trovava appesa alle porte.

Carlina BiancaMITI E LEGGENDE:
E’ tradizione ritenere che la nostra Carlina debba il proprio nome all’imperatore Carlo Magno che, durante una pestilenza, riuscì miracolosamente a curare il proprio esercito, fermo alle porte di Roma, proprio grazie a questa pianta.
Non sapendo cosa fare, infatti, pregò Dio che gli desse speranza e salvasse i suoi uomini in qualunque modo e questi gli inviò in risposta un angelo armato di un arco ed una freccia. Qualunque arbusto l’imperatore avesse colpito scoccandola avrebbe avuto il potere di salvarli tutti, diventando pianta officinale. Se Carlo Magno riuscì a curarli, dunque, lo dovette alla pianta che ne ricorda l’impresa.