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Mazzamurello

Svanisco all’improvviso, non ho ombra, non lascio impronte, appartengo al piccolo popolo fatato.

Il mio nome è Bon, sono nato alle pendici del grande Monte Velino nel 1600 nel tronco cavo di una grande quercia e sono un magico mazzamurello. Sono alto 30 centimetri, ma ho la forza di dieci umani.

Mi piace vestirmi di marrone come la terra o di verde come le foglie e porto un cappuccio a cono. Sono il piccolo gnomo delle nostre montagne, conosco bene ogni sentiero e molte volte aiuto i viandanti che hanno smarrito la via, anche se non possono vedermi.

Sono messaggero per chi non c’è più, un’ anima giocosa del verde, che si farà beffe di chi è cattivo, aiutando invece chi avrà un cuore buono. Ho vissuto nei pagliai, nei capanni, nelle grotte, nel bosco, nei tronchi cavi degli alberi, ma spesso mi piace nascondermi nelle assi di legno dei pavimenti o nelle soffitte delle vostre case.

Alcuni di noi scelgono di vivere con gli umani ed anche io ho spesso vissuto con loro. Se di notte o durante i pomeriggi assolati sentite un bizzarro rumore e origliate da un muro per cercare di capire e vi aggirate in casa un po’ sorpresi, pensando di non essere soli, avete ragione: potrei essere io. Sarò vostro alleato e complice di buona sorte se mi avrete ben “ospitato” in casa, e svelerò, magari solo per voi, nascondigli di antichi tesori.

Spesso raggiungo la vetta del Monte Velino per ammirare le stelle e durante il cammino raccolgo magiche pietre che poi porto con me.

Siamo noti agli umani da più di 2000 anni, ma siamo molto più antichi di quanto possano pensare. In passato molti umani erano in grado di vederci e noi lavoravamo la terra con loro. Se oggi camminando nel bosco avrete la sensazione di essere silenziosamente osservati, ma girandovi per capire meglio non trovaste nessuno, non pensate semplicemente di esservi sbagliati, se osserverete meglio scoprirete di non essere soli e troverete i miei occhietti vispi lì nel verde dove amo nascondermi.

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Monte Velino

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Se di notte o durante i pomeriggi assolati un bizzarro rumore vi porta ad origliare da un muro per cercare di capire, aggirarvi in casa senza pace, un po’ sorpresi, preoccupati forse, qualcuno potrebbe arrivare a  dirvi che non siete soli come pensate: un simpatico folletto dei boschi sta cercando di entrare in contatto con voi. È il Mazzamurello, piccolo gnomo delle nostre montagne, anima giocosa del verde, che si fa beffe di voi, cerca di spaventarvi per un torto subito o si fa messaggero per chi non c’è più.

NON SOLO NELL’ EUROPA DEL NORD…

Mazzamurello - spirito dei boschiIl mazzamurello ha in dono la capacità di vagliare il cuore delle persone e scovarne l’indole. Sensibile oltre ogni immaginazione in questo senso, sarà vostro alleato e complice di buona sorte se l’avrete ben “ospitato” in casa, svelando, magari solo per voi, nascondigli di antichi tesori. Goliardico invece fino al dispetto se vedrà in voi un qualche sintomo di cattiveria. Intermediario dell’aldilà, porta messaggi dal piano incantato al nostro mondo ordinario, come spesso accade per le piccole creature della tradizione antica. Scopriamo così che le felici leggende del “popolo dei piccoli” appartengono anche alle nostre terre da lungo tempo e non abbiamo bisogno di importarle da altri. Il piccolo spiritello che non perde mai occasione per lazzi e scherzi, ostile fino al capriccio come un bambinetto, ma pronto poi di nuovo al gioco appena un attimo dopo, è infatti proprio del centro Italia praticamente da sempre. E non solo…

DAL NORD ALL’APPENNINO ABRUZZESE, PASSANDO DA ROMA, DA PESCARA A NAPOLI ED OLTRE: DA SEMPRE NEI RACCONTI DEI NONNI.

anche-a-Roma-una-via-porta-il-loro-nomePer D’Annunzio erano “mazzamurelli”, nel teatro del cinquecento veneziano compare un “mazzaruollo”, i napoletani li chiamavano “mazzamurielli” e chi si spingeva più a sud, fino alle coste della Puglia, li avrebbe conosciuti come “scazzamaurielli”. Ben distribuiti e ben nasconti tra i rami degli alberi, i nostri spiritelli, anime dei boschi, sembra debbano il proprio nome proprio al brutto vizio di batter colpi alle pareti, facendo parlar di loro persino in città. A Roma, nella centralissima zona di Trastevere, un palazzetto, ormai abbattuto per far largo al vialone che attraversa il quartiere, era noto per l’aver accolto mazzamurelli inquieti che di notte facevano sentire la propria presenza a tutto il rione. Ancora oggi, a ricordo del loro divertito baccano, esattamente dove sorgeva il palazzo che avevano preso di mira, il nome di un vicolo li riporta tra noi… e qualcuno ancora giura di sentirli.

AI PIEDI DELLE NOSTRE MONTAGNE, NEL VERDE…

il mazzamurelloCome spesso accade, i toponimi tradiscono presenze nascoste più di un qualunque moderno manuale e alle nostre montagne abruzzesi, più che ad altre, piace ricordare il passaggio sovente dell’allegro popolo dei piccoli abitanti del verde. Ai piedi del maestoso massiccio del Marsicano, nel comune di Opi, ai confini della terra degli antichi Marsi, una zona che persino le carte ricordano come “Mazzamore” si dice debba il proprio nome ai piccoli e dispettosi mazzamurelli. Anche il Velino sembra ospitarli nel verde, alle pendici del massiccio bicorno che sale dalla piana del Fucino e le vecchie tradizioni locali li credono abitanti delle vecchie travi di legno delle case di montagna, mascosti fin dentro le fondamenta. Come se non fosse solo fantasia, quella strana sensazione che prende alle volte nei boschi di essere costantemente osservati, seguiti, spiati da qualcuno, ci giriamo d’improvviso, ma nessuno segue i nostri passi e continuiamo. Eppure proprio lì, nei luoghi dove più amano nascondersi, potremmo scovarli, un giorno o l’altro, finendo per incrociare i loro occhietti vispi…

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Taxus Baccata - dettaglio foglieCamminando tra le siepi dello splendido labirinto di Sigurtà, a Valeggio, chi mai sospetterebbe una lunga tradizione di fascino e mistero tra le fitte foglie scure del Tasso?

Il Taxus baccata, comunemente detto Tasso, è un sempreverde dell’ordine delle conifere, che deve parte del proprio nome botanico ai frutti rossi, detti arilli, che decorano i rami di strette foglie disposte a pettine come perle appunto (dal latino baccata ovvero fatto di perle). Estremamente raro allo stato spontaneo, deve la propria diffusione ai giorni nostri prevalentemente all’uomo, che se ne serve innanzitutto come pianta ornamentale, disponendone, appunto, i verdi arbusti in siepe o recinzioni.

Taxus Baccata - dettaglio del troncoL’ALBERO DELLE ARMI, ALBERO DELLA MORTE

Nel corso dei secoli, però, non godette della medesima fama, nè bastò l’uso ornamentale a farne albero notevole per varie ragioni. Si dice infatti che, fin dall’antichità, il legno durevole del Tasso venisse impiegato su larga scala per armi di vario genere, grazie anche ad indiscusse doti di resistenza e flessibilità che lo rendevano apprezzabile per la fabbricazione di lance, frecce e, soprattutto archi.

Taxus Baccata - dettaglio del fruttoLeggenda vuole che fu una freccia di Tasso quella che colpì a morte Re Riccardo Cuor di Leone, come, al contempo, non sembra affatto casuale che lo stesso nome, in antico, fosse forzatamente ricondotto al greco Tóξov (Toxon), benchè nella stessa lingua l’albero in questione fosse σμĩλαξ (smìlax) o, tutt’al più, μĩλαξ (mìlax). Persino Plinio, però, ricordando l’alta tossicità della pianta, riporta l’accostamento, allargandolo, appunto, all’aggettivo tossico, che sarebbe un derivato del taxicum, spiegando come il veleno stesso dedotto dal Tasso venisse sovente impiegato per rendere letali lame o punte di frecce. Nota riportata anche da Strabone che precisa l’utilizzo degli arilli per questo impiego, benchè sia risaputo che l’unica parte davvero pericolosa del frutto sia il seme al suo interno e non l’innocua polpa. Che Strabone si confonda tra fuori e dentro, però, poco cambia per una pianta che, a ragion del vero, nel tempo s’è guadagnata l’alto appellativo di “Albero della Morte”. Raramente, in effetti, un solo arbusto, in natura, riesce a sviluppare sei differenti molecole tossiche in ogni suo organo, ad eccezione, appunto, della sola area carnossa del frutto, in grado di uccidere, in dosi opportune animali e uomini entrando, così, nel mito della letteratura e della storia di tutti i tempi.

Taxus Baccata - sempreverde tra la neveLa Guerra dei Cent’anni, come ogni altro focolaio tra il XIII e il XVI sec. in Europa, ad esempio, molto deve al nostro Tasso, se gran parte della popolazione di questa specie, nel vecchio continente, finì disboscata per trarne armi. Eppure non dovremmo arrivare agli shakespeariani Macbeth e Amleto per spiegare una connessione diretta tra l’albero del Tasso e l’aura nera degli inferi. In fondo quando nel Macbeth le streghe inglesi preparavano il micidiale intingolo di talee di tasso durante l’eclissi di luna, altro non facevano che rinnovare ad libitum l’antico rito romano del Calderone di Ecate, dea degli inferi, che gli antichi placavano con un complicato rituale di sacrificio, che prevedeva si immolassero due tori neri vistosamente agghindati con rami di tasso intrecciati, posti appunto sui due animali per attrarre spiriti infernali assetati del loro sangue. Albero della Morte, dunque, ma non solo.

MILLENNI DI STORIA IN UN TRONCO: L’ALBERO DELL’ETERNITA’ DELLA VITA.

Quello che forse attrae maggiormente di questa pianta, infatti, sembra appunto la duplice natura della propria fama nel tempo che, se da una parte la vuole legno per armi, veleno e micidiale compagna d’Ecate, dall’altra l’eleva ad esatto contraltare, mite e silenziosa guardiana del cimitero celtico, simbolo d’eternità per l’incredibile longevità di cui va fiera. Il nostro Taxus Baccata, che conta esemplari di quasi due millenni di vita, conquista, così, due opposte mitologie intimamente legate tra loro: è albero della Morte, ma, al tempo stesso, è custode del tempo senza inizio e, dunque, dell’immortalità.

IL DEDALO DELLA RINASCITA: TAXUS BACCATA, ALBERO DEL TEMPO SOSPESO E DELLA SALVEZZA.

Oscurità e luce, morte e rinascita: continuità di vita e morte in un solo albero altamente simbolico. Perdersi nell’ombra per ritrovarsi, poi, nella luce: questa duplice lettura millenaria dell’albero del Tasso ha convinto Adrian Fisher, il più famoso architetto di labirinti al mondo, a realizzare il monumentale dedalo del Parco Sigurtà, a Valeggio, utilizzando come muri divisori solo piante di Taxus Baccata.

Dedalo Sigurtà - 1500 piante di TassoIl labirinto del Parco, vera attrazione dell’area verde, aperto al pubblico nel 2011, dopo ben 6 anni di lavori, si riappropria, in toto, del significato primo del dedalo e dell’annosa ricerca della via d’uscita come di un viaggio dell’anima dalla morte alla rinascita. La scelta – assolutamente voluta – come afferma il proprietario del Parco, di includere 1500 piante di solo Tasso nel labirinto, risponde esattamente alla filosofia del labirinto che, per dipanarsi, sceglie come compagno di viaggio un albero che sospende il tempo e conduce alla salvezza, simbolicamente rappresentata, al centro del dedalo, dalla torretta che ci porta, salendo, sopra il labirinto stesso, liberandoci dal giogo della trappola della vita e della materia.

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Lucus Angitiae - bosco in invernoPoco lontano dalle rive dello scomparso lago del Fucino, la radura s’infittisce ed un bosco misterioso procede verso l’alto, tra rocce, cavità naturali e veri e propri inghiottitoi.
Gli antichi abitanti di queste valli riconoscevano un valore sacrale a questi luoghi e gli stessi Romani, ben comprendendone l’inclinazione, non li definirono mai genericamente “silva” ma “lucus”, perchè fosse certo anche nel nome che non si trattasse di un bosco qualunque. Lucus Angitiae - il bosco sacroChiunque poteva varcare una radura tra le tante, una “silva”, non tutti, al contrario, potevano affrontare un “lucus”, termine che da solo bastava ad intendere che da quel medesimo istante si cessava di essere in luoghi qualsiasi per entrare di fatto nella sfera del sacro.
opera in terracotta rinvenuta nello scavo archeologico di Luco dei Marsi (AQ)Gli antichi Marsi, figli di queste terre, veneravano il bosco in questione perchè sacro alla principale divinità dei loro padri: la dea Angizia, divinità guaritrice, incantatrice di serpenti, sorella della più nota Circe.
Sapevano riconoscere il suo passo di danza, narra la leggenda, nei vapori sprigionati dal terreno ad alta quota, tra gli alberi.
Anche oggi, chiunque si avventuri tra gli alberi del Bosco Sacro e si trovi, d’improvviso ed in silenzio, avvolto da un vapore bianco in rapido movimento, ha davvero la sensazione che qualcosa di vivo e pulsante avvolga la natura circostante, tutti i rami e gli alberi. Lucus Angitiae - la nube misteriosaLungi da ogni fascinazione esoterica, comunque, il Bosco riserva suggestioni davvero uniche in ogni periodo dell’anno e la memoria storica di un culto, quello della dea dei serpenti, che ha profondamente influenzato queste terre per secoli, vive ancora oggi nella toponomastica e nelle tradizioni locali.

Nelle FOTO: il bosco da noi fotografato in diversi momenti dell’anno e un’opera in terracotta ritrovata nel sito archeologico di LUCUS ANGITIAE, presso Luco dei Marsi, che molti riconoscono proprio come la dea Angizia.

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Dalla vetta del Monte Amaro ( 2793 m.) nel Parco Nazionale della Majella

Il Monte, narra la leggenda, divenne “amaro” alla morte della divina Maja, la più bella delle pleiadi, che volle seguire il figlio nell’Ade morendo anch’essa alle sue pendici.

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“Amaro”, dunque, come il “dolore di una madre” che prima raggiunge le terre d’Abruzzo alla ricerca dell’unica erba medica in grado di salvare il figlio Ermete, e poi si lascia morire perché la neve le impedisce di trovarla in tempo.

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