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La leggenda del Bucaneve

La leggenda del Bucaneve


Postato il Mar 27, 2017

 

Il BucaneveNarra la leggenda che tanti e tanti anni fa, al ritorno dall’ennesimo viaggio sulla terra, il giovane principe Bucaneve udì una fanciulla cantare e, di quel canto, si innamorò perdutamente.

Arrivato nel Paese dell’Inverno, chiese a Re Gelo, suo padre, il permesso di sposarla ma questi, brontolando cupi presagi, rispose che il loro amore non aveva speranza perché la fanciulla era la principessa Primavera e abitava la regione dei venti e dei fiori mentre lui, Bucaneve, era il principe delle nebbie e del gelo…

“Scordati, figlio mio, questa pazzia!” tuonò cupamente Re Gelo.

Passò, così, un altro inverno lungo e silenzioso, ma il cuore di Bucaneve, abitato dalle brume del mattino, non riusciva proprio a dimenticare così, alle prime avvisaglie della nuova stagione, il giovane principe decise di attardare un po’ il suo ritorno.

Lungo il sentiero ancora impreziosito da luminosi cristalli di ghiaccio, attese l’arrivo di Primavera… e lei arrivò, leggera, accompagnata da un canto gioioso.

Bucaneve, nascosto tra i cespugli, riconobbe l’Amore.

Il capo inghirlandato da piccoli fiori, la sottile veste di aliti di vento, i ridenti occhi di azzurro marzolino… la bella principessa incantò per sempre il giovane principe.

Il Bucaneve

Da lontano, il richiamo di Re Gelo giunse cupo, come brontolio di tuono, per ricordargli che doveva affrettarsi a rientrare nel Paese dell’Inverno… ma Bucaneve non lo ascoltò e continuò a perdersi negli occhi di Primavera che, a piccoli passi, si avvicinava danzando.

Giunta accanto al cespuglio, un brivido increspò le braccia nude. Poi, incerta, guardò intorno e… finalmente lo vide.

Avvolto nel mantello di candida neve, la corona scintillante di brina, fiera sul capo, la spada di ghiaccio, splendete al fianco e due meravigliosi occhi cerulei e inquieti come la tormenta… il giovane rapì per sempre il cuore della principessa.

Intorno, come richiamato da un evento magico e misterioso, tutto tacque e il mondo si incantò negli occhi dei due innamorati.

Per non ferire a morte il Signore dell’Inverno, il sole nascose i suoi raggi dietro le nuvole e il gelido vento, che seguiva sempre Bucaneve, per non assiderare Primavera, andò a fare mulinelli più lontano.

Allora il principe avvolse nel soffice mantello la fanciulla e si tennero stretti a lungo, giurandosi eterno amore.

Il Bucaneve

Quando il sole fece nuovamente capolino tra le nuvole, Bucaneve baciò Primavera e “Non temere” le disse “perché alla fine di ogni inverno tarderò di un giorno il mio ritorno nel Paese del Gelo e quando arriverai io sarò qui ad aspettarti”. Poi, rapito per sempre dal vento di tormenta che lo nascose, svanì tra le nebbie…

E lei, rimasta sola, chinò il capo e pianse. Ma quando una lacrima toccò il terreno, tra le impronte di neve lasciate dall’amato spuntò un piccolo fiore bianco, dai petali delicati, che Primavera raccolse e strinse al petto, nuovamente felice…

… E da allora, ogni fine inverno, nei campi scintillanti di brina sboccia un piccolo fiore, che qualcuno ancora chiama Bucaneve per ricordare la promessa fatta dal giovane principe dell’Inverno alla bella principessa Primavera.

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Primula comune

La primula è uno dei primi fiori che sboccia, anche nei paesi più freddi, proprio per questo motivo è da sempre considerata il simbolo della primavera, e del rinnovamento che questa stagione porta con sé, è anche considerata emblema di giovinezza e di precocità, è nella tradizione popolare di molti popoli, pianta augurale. A questo proposito la Regina Vittoria, quando il ministro Disdraeli le consegnò solennemente la corona delle Indie, lo ricambiò con un mazzolino di primule in segno di buona fortuna.

Molto tempo fa, quando gli uomini e gli elfi vivevano entrambi la propria vita, senza danneggiarsi a vicenda, fu proprio in un prato di primule gialle, che il re degli elfi vide per la prima volta la principessa che lo fece innamorare.
Vide la giovane mortale, passeggiare in un prato di primule giallo oro, come il colore dei suoi capelli, capì che non avrebbe potuto vivere senza lei. Lei era sposa di un nobile potente, arrogante e geloso, che la costringeva a vivere in solitudine; quando vide il giovane elfo, se ne innamorò perdutamente. Il re degli elfi, si presentò alla corte del re degli umani e lo sfidò ad un gioco simile agli scacchi, lo lasciò vincere per 2 partite. Quando ormai sicuro della sua superiorità, il re umano disse di voler giocare la terza partita invitando l’avversario a scegliere la posta.
“Quello che il vincitore chiederà sarà suo” disse il re degli elfi, l’umano accecato dalla propria ambizione , non si accorse del tranello e fu così che perse la sua sposa.
Si dice che ancor oggi, a primavera quando fioriscono le primule, i 2 amanti tornino a danzare nel luogo dove si videro per la prima volta.
Allo spuntare della primula gli insetti sono ancora pochi e spesso i fiori non sono impollinati, nel “Racconto d’inverno” di Shakespeare c’è una metafora poetica sulle “pallide primule che muoiono nubili”.
Nel linguaggio dei fiori rappresenta l’emblema della prima Giovinezza.

 

da www.actaplantarum.org

 

Primula comune

Primula comune

 

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Hepatica Nobilis 1

Hepatica Nobilis ( Erba trinità)

E’ una pianta erbacea perenne, priva di fusto con rizoma fornito di radichette da dove originano molti scapi.
Le foglie sono basali con un lungo picciolo, trilobe, lucenti, verdi nella pagina superiore, violacee nell’inferiore.
I fiori, che compaiono prima delle foglie, sono di colore blu-lilla chiaro e sono i primi fiori a fiorire prima del finire delll’inverno ed allietano il sottobosco dei nostri monti..

E’ chiamata “erba trinità” perchè il vescovo San Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda, usò le foglie di questa pianta per spiegare meglio il mistero della SS. Trinità.
Il nome “epatica” invece si riferisce alla forma delle foglie che ricorda, vagamente, la forma del fegato. Infatti viene chiamata “fegatella” e secondo l’antica teoria della “segnatura” era indicata proprio per curare le malattie del fegato.

Tratto dal libro ” Il libro delle Piante, come riconoscerle ed utlizzarle. Flora officinale Monti Ernici, Simbruini e Appennino Centrale” di Maria Antonietta Palombi e Fra Domenico M. Palombi

Hepatica nobilis

 

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Narciso
Lo splendido esemplare della famiglia delle Amaryllidaceae noto con il nome di Narciso è una specie bulbosa europea dal caratteristico fiore apicale bianco con paracorolla gialla o rossa, che deve il proprio nome al penetrante profumo che emana capace di stordire (dal verbo greco narkao, che vuol dire appunto stordire) per la propria pressanza inebriante. Considerato prezioso esattamente per questa sua caratteristica, venne spesso utilizzato nell’industria delle essenze estratte e dei profumi fin dai suoi primordi. Si è spesso fantasticato sulle proprietà di questo fiore tanto bello quanto accattivante e non stupisce che sia diventato, già in epoca antica, protagonista di uno dei più noti miti sulla prepotenza dell’attrazione amorosa. Amore e Morte riassunte in un piccolo bocciolo apparentemente innocente, bellissimo, candido, che attrae dapprima con la sua bellezza, per stordire poi col suo profumo dalle capacità quasi narcotiche.
Narciso
Narkos, narciso, narcotico: stessa identica radice semantica a spiegare la spirale diabolica dell’eros che attrae, inebria e conquista, potenzialmente fino alla resa dei sensi. Gli antichi erano talmente conquistati da questa essenza e dal suo profumo che, per spiegare l’origine mitica del fiore, tessero intorno al narciso la storia di un giovane dalla bellezza ineguagliata, cui nessun mortale, nè uomo nè donna, poteva resistere.
Narciso da quadro di Caravaggioo
Narciso, questo il nome del giovane, era talmente bello che non poteva fare un solo passo fuori casa senza essere letteralmente assalito da sguardi adoranti. Chiunque lo vedesse e ne fosse a contatto si innamorava perdutamente di lui, senza alcuna speranza, tra l’altro, perchè il giovane, soddisfatto di sè, non cedeva alle lusinghe di nessuno. Come costretto anch’egli a sottostare ad un qualche sortilegio, infatti, non ricambiava mai nessuno dei suoi pretendenti, che anzi rifiutava con una certa cattiveria. Ogni qual volta si trovasse a rifiutarli, i giovani di lui innamorati si facevano indietro addolorati, consapevoli che nulla avrebbe mai scalfito il cuore del ragazzo. Uno solo, tra i tanti, non volle mai desistere, dichiarando che l’amore che nutriva per Narciso era così prepotente da non poterne in alcun modo porre rimedio. Narciso se lo trovava continuamente davanti ed il giovane, che aveva il nome di Aminia, quando potè parlare con l’amato, si disse pronto a qualunque cosa pur di assecondare la sua bellezza. Narciso, crudele fino in fondo, rispose alla richiesta chiedendo la sua vita e Aminia, coerente a quanto detto, decise di affrontare la prova, uccidendosi con la spada che lo stesso adorato Narciso aveva preparato per lui. l’epilogo tragico della vicenda provocò le ire degli dei che pensarono di punire Narciso con la stessa identica tragica attrazione fatale. Il giovane, infatti, non aveva mai visto la propria immagine e lo stesso indovino Tiresia aveva vaticinato che il rischio maggiore per la sua vita potesse appunto essere proprio il confronto diretto con la propria bellezza. accadde dunque che, per volere degli dei, il giovanne si spingesse, come costretto da una forza misteriosa, verso un limpido specchio d’acqua come non aveva mai fatto. Chinandosi a bere vide per la prima volta l’immagine di se stesso riflessa nell’acqua e ne fu sconvolto. La sua bellezza era talmente travolgente che il pensiero di non poter godere dell’amore di quella che era solo un’immagine lo rese pazzo al punto di non sentire altra via d’uscita se non quella della morte. Corse inebriato e disperato alla ricerca della spada che aveva tolto la vita allo sfortunato Aminia e si uccise trafiggendosi il petto a sua volta. Dal sangue, sceso sul terreno, nacque all’istante un fiore bianco che dal quel momento ebbe il nome di Narciso. 
Narciso
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Stella AlpinaLA STELLA ALPINA (Leontopodium alpinum):

Bianca per vocazione alpina e tomentosa per sopravvivenza, la nostra Stella ha conquistato nei secoli un primato indiscusso nell’immaginario di quanti amano la montagna, rappresentando per le vette il primo simbolo in assoluto. In grado di sopportare habitat rigidi ed aridi propri delle alte quote, cresce volentieri in alta montagna, prevalentemente sull’arco alpino, anche se se ne conoscono esemplari venuti alla luce altrove, anche a quote ben più alte, come sui monti dell’Himalaya e della Mongolia. Gli esemplari fotografati da noi spuntano sulle cime dell’Appennino e sono dette nivali, ma presentano le stesse caratteristiche delle alpine comunemente definite tali, seppur in dimensioni ridotte.

Stella Alpina - dettaglio dei capolini fioraliDAL LEONE ALLA STELLA:
Il termine botanico con cui vennero classificate, Leontopodium, è un calco latino dal più antico nome greco (λεοντοπόδιον da “léon” leone e “pódion” piede) che vuol riferirsi alla forma dei capolini fiorali, simili ad una zampa di leone. Alle foglie bratteali disposte a stella dobbiamo il nome più comune e, certamente, anche all’aspetto complessivamente lanoso, che permette alla pianta di tollerare l’aridità degli ambienti montani, limitando l’eccessiva traspirazione.

MITI E LEGGENDE:
Fiore sempre più raro, la Stella Alpina è spesso protagonista di fiabe e leggende locali che fanno leva sulla fantasia per raccontare il suo legame con la montagna e i suoi abitanti. Stella AlpinaSi dice che le prime tre Stelle Alpine nacquero dalle lacrime di un padre premuroso che piangeva la figlioletta persa in tenera età, quasi il piccolo fiore bianco, spuntando sotto la neve sciolta dal pianto, potesse in questo modo consolare l’uomo, rispondendo al lutto con un gesto di bellezza. Altri, invece, legano la nostra Stella all’origine delle cose e del mondo, raccontando di una cosmogonia romantica dove l’ordine del creato era ritmato dal ricongiungersi di coppie in amore e il candore della Stella Alpina era la risposta del desiderio della Montagna di Lavaredo e delle sue tre cime di trovare anch’essa una compagna per la vita.

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