Tradizioni e Leggende


 

 

Eco e Narciso è un dipinto del 1903 di John William Waterhouse, che Illustra l’episodio omonimo narrato dal poeta latino Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi

ECO, LA MERAVIGLIOSA VOCE DELLA MONTAGNA!

L’eco sta alla voce come l’ombra sta al corpo. Non è che un riflesso, un’apparenza fuggitiva e fugace. Talvolta deificata e temuta, l’eco è una sorta di voce eterea, soprannaturale, al modo stesso del brontolio del tuono o del soffio della tempesta; eppure nella sua stessa essenza, ha un legame intenso ed intimo con l’acqua, la terra, i fiori, anzi, con un fiore in particolare. Pallido, curvo, caduco. Esattamente come lei, fugace.

Un giorno il Dio fluviale Cefiso, imprigionò la bellissima naiade Liriope in un’insenatura della sua corrente e la possedette contro la sua volontà. La ninfa, rimasta incinta, diede alla luce un bambino

Leggi Tutto

La Grotta d’Orlando

Parco Lucus Angitiae

Marsica

La tradizione popolare luchese lega questa grotta a favolosi “tesori” che qui sarebbero stati nascosti dai briganti.

Il toponimo “Grotta d’Orlando” prenderebbe origine dai miti popolari sui cavalieri di Carlo Magno. Secondo altre interpretazioni il nome attuale deriverebbe da una corruzione del nome originale che sarebbe “Grotta urlante”: secondo questa ipotesi il nome deriverebbe dagli ululati prodotti dalla circolazione del vento nella cavità.

Leggi Tutto

Solstizio d'Estate

Oggi è il 21 giugno, solstizio d’estate, inizio della nuova stagione. Gli antichi popoli indoeuropei, che vivevano in relazione strettissima coi fenomeni celesti, celebravano questo giorno come trionfo del sole e della luce sul buio della notte. I due solstizi, come due porte simmetriche, poste agli estremi del calendario, segnano dalla notte dei tempi della storia dell’uomo i due giorni fondamentali nel rapporto tra noi e la massima stella che regola la vita sulla terra. Il giorno che vede il minor numero di ore di luce è il solstizio d’Inverno (21 dicembre) e quello che registra il maggior numero di ore di luce è il solstizio d’estate (21 giugno). Ad entrambi questi giorni venne riconosciuta una sacralità particolare e solo durante queste ore si compivano riti propiziatori e celebrativi in onore del sole che, se durante il solstizio d’inverno lottava tenacemente per risorgere, durante quello d’estate otteneva il massimo fulgore, in attesa di decrescere lentamente, poi, verso il nuovo ciclo a venire.

Solstizio d'EstateSolstizio d'Estate

 

Leggi Tutto

Propria deialbero di natale Celti, presente nel mondo germanico fin dalla notte dei tempi, diffusa in tutto il mondo nordico, la tradizione dell’albero addobbato, nelle settimane immediatamente precedenti e successive al Solstizio, arrivò fin al medioevo, passando per le celebrazioni romane delle calende di gennaio, fondendosi poi con il mito dell’albero della vita, proprio dei popoli semiti e del cristianesimo in tempi più recenti. Probabilmente l’ unico vero esempio di sincretismo coerente che vide un simbolo solo attraversare, praticamente intatto, popoli, culti, miti e secoli, mettendo d’accordo un po’ tutti, dal mondo antico ai giorni nostri.

QUANDO L’ABETE SEMPREVERDE DEI GERMANI DIVENNE L’ALBERO DELLA VITA.

Nell’Europa del Nord, in prossimità del Solstizio d’inverno, quando il sole sembrava sparire dall’orizzonte per poi ricomparire, lottando con le tenebre, era tradizione adornare un albero sempreverde, quale albero cosmico, l’abete caro al dio dei Germani Odino, simbolo della vita che non muore. I Vichinghi credevano che l’abete rosso avesse il potere di rinnovare la vita, perché non cedeva le foglie nemmeno al più rigido degli inverni e per questo veniva celebrato con addobbi di frutta, così come facevano i Celti. L’albero era la vita perenne dunque, ma anche l’asse verticale che punta l’alto, l’ascesi, la comunione col cielo e, per questo, l’elevazione dalla materia allo spirito.

Durante la prima cristianità la tradizione dell’albero non si spense, anzi, si arricchì di nuovi significati legati alla rivelazione. I culti pagani vennero intesi come una prefigurazione cristiana e l’albero divenne simbolo del Cristo, germoglio di Dio sulla terra. L’albero biblico della conoscenza, quello che il testo della genesi poneva al centro del paradiso terrestre, tornò così a rivivere nel mito del ben più antico abete nordico della vita.

L’ALBERO DI NATALE OGGI.

Dopo il Congresso di Vienna, nel 1816, la tradizione dell’ Albero di Natale arrivò in tutta Europa e si diffuse capillarmente fino alle coste più meridionali.
In Italia venne introdotta dalla Regina Margherita, che allestì il primo albero dell’Italia unita nella seconda metà del XIX secolo nella residenza reale del Quirinale, molto prima che arrivasse, come accaduto in altre aree europee, nel secondo dopoguerra.

Dagli antichi popoli nordici ad oggi, dunque, ricco di colori, di forme che richiamassero l’abbondanza, un tempo arance, oggi palline colorate, di luci, candele o lumini moderni, simbolo di rinascita e ritorno alla vita che splende, l’albero di Natale torna nelle nostre case di anno in anno, con rinnovata magia, per riaccendere una tradizione antica e magica.

Iscriviti alla newsletter di www.montagneselvagge.com, inserendo la vostra mail e i vostri dati nell’apposita sezione. Oppure inviaci un msg tramite WhatsApp al numero 3382717448 con il vostro nome e verrete aggiornati su tutte le nostre attività.

albero di natale

Leggi Tutto

 

 

2711lafestadisandomenicoeilritodeiserparidicocullo

Un santo che esce dalla propria chiesa completamente avvolto di serpenti tra il crepitio degli applausi e le urla dei fedeli in massa, accalcati sotto il sole: una visione che sconvolse nei secoli, divenne persino oggetto di scandalo, eppure non spense mai la curiosità di fedeli e semplici spettatori che ogni anno, a maggio, si riversano a Cocullo per assistere a quella che sembra essere una delle ultime reliquie viventi di un mondo che non esiste più. Il passato che abbraccia il presente per raccontare la storia di una terra che vive di memoria e non rinuncia a nulla di se stessa, piuttosto assorbe e riutilizza i propri simboli, resistendo ad ogni tentativo esterno di costrizione, persino di censura.

L’Abruzzo nasconde bellezze naturalistiche ad ogni passo e questo lo sanno in molti. Tanti ancora non sanno, però, che questa terra magica è stata anche in grado, nel tempo, di raccogliere l’eredità dei popoli che l’hanno abitata senza perdere la suggestione di gesti antichi e riti che non sarebbero stati conservati altrimenti. La storia della festa dei serpari, che raccoglie migliaia di persone da ogni luogo del mondo nella piccolissima Cocullo, infatti, sembra avere ben poco del rigore medievale della Chiesa cattolica. L’idea che un’immagine sacra, una statua venerata, venisse letteralmente assalita da animali ritenuti ambigui e simbolo di tentazione persino nelle Sacre Scritture non permetteva sonni tranquilli per chi, in Vaticano, aveva il compito di tutelare sulla morale e sull’ordine della dottrina. Come potevano conciliarsi, dunque, delle serpi in chiesa, portate in processione e poi uccise sul sagrato, con il portamento remissivo del timido frate umbro che intorno all’anno mille arrivò in Abruzzo e si trattenne a Cocullo in ritiro quasi monastico? All’occhio attento di un qualuque uomo di chiesa di un altro secolo sarebbe sembrata un’eresia. Eppure nulla, neppure l’evidenza, riuscì a cancellare un rito talmente amato da mantenersi per lo più intatto fino ai giorni nostri. Dovremmo dunque chiederci: come è stato possibile? Cosa può aver risolto l’eterno conflitto tra il serpente e le scritture, avvicinadolo a tal punto al divino da permettere un contatto diretto dell’animale col Santo? Ed infine: perchè San Domenico non può più, oggi come oggi, fare a meno delle serpi nel giorno a lui dedicato?

Cocullo-5

Ogni risposta utile a queste domande va ricercata nella capacità, come dicevamo, tutta abruzzese di coltivare e mantere vivi nei secoli usi e costumi, anche antichissimi, concedendo loro una seconda vita anche quando le circostanze storiche ne decreterebbero la fine. In questo modo la tradizione dei serpari, nata e cresciuta in seno al paganesimo, sopravvive al paganesimo stesso dopo la sua definitiva estinzione, arrivando ad essere accolta in seno alla Chiesa in modo apparentemente naturale, quasi fosse un’eredità scontata, come poche volte siamo abituati a vedere. Sappiamo infatti dagli storici romani, come Plinio il Vecchio, e dai grandi letterati, come Virgilio stesso, che l’area appenninica popolata dagli antichi Marsi era interessata dal culto della dea Angizia,

angitia

esperta di arti occulte come le sue mitiche sorelle, Circe e Medea, guaritrice abile e incantatrice di serpenti. Per venerarla, il popolo cui lei stessa, si dice, avrebbe trasmesso le capacità di cui andava fiera, ne portava in processione la statua e con essa le serpi catturate nella zona. Questa sorta di processione propiziatoria si consumava a primavera inoltrata, perchè la dea dei Marsi era anche una divinità legata ai culti della fertilità e per questo veniva celebrata nella stagione della rinascita della natura, dopo la lunga notte invernale. I serpenti poi, di cui lei si diceva conoscitrice prima, in grado non solo di renderli mansueti, ma anche e soprattutto di renderne innocui morso e veleno, venivano uccisi al termine della processione, esattamente come avveniva, ma fortunatamente non avviene più, per la festa del Santo oggi, a Cocullo. I punti di contatti, come appare evidente, tra le due liturgie sono moltissimi e appare evidente che le montagne stesse, con la naturale propensione al contenimento, abbiano, insieme al patrimonio umano di queste terre, da sempre particolarmente legato alla propria identità, contribuito a riversare l’antico nel nuovo culto di San Domenico, odierno volto del culto pagano della dea dei Marsi. A chi abbia nel tempo voluto obiettare che Cocullo fosse troppo lontano dal cuore del culto di Angizia, venerata prevalentemente sulle rive del lago del Fucino, va ricordato che la zona è comunque stata interessata da un’altra figura mitica, ugualmente vicina alla simbologia del serpente: il divino Ercole.

Ercolefanciullochelottacontroilserpente

Figlio di Giove e di una delle sue più famose fughe amorose, quella con la splendida Alcmena, rischiò la vita appena nato quando Giunone, feroce di gelosia, tentò di ucciderlo nascondendo nella sua culla due enormi serpenti velenosi. Leggenda vuole però che il bambino, incredibilmente, riuscisse ad ucciderli entrambi, soffocandoli con la sola stretta dei pugni, alzandosi in piedi dal piccolo giaciglio. Di statue dell’eroe, possiamo starne certi, è disseminata l’intera marsica, Cocullo compreso, la cui area, per la verità, risulta piuttosto periferica rispetto al resto della zona.

Compresi i perchè di questa bizzarra tradizione, non ci rimane che ammirare l’abile capacità di quei serpari, giovani o vecchi, donne o uomini che siano, che trascorrono le settimane prima del giorno della festa raccogliendo i propri esemplari di serpenti locali, il Cervone, il Biacco, la Biscia dal Collare, del tutto innocui per l’uomo, per custodirli, offrirgli cibo e prepararli alla festa che ora trova la sua data fissa il primo di ogni maggio. Per tutta la giornata i serpenti, in compagnia dei propri serpari, si offrono volentieri al pubblico curioso, che cerca un contatto ravvicinato unico nel suo genere. Durante la processione, poi, accompagnano il Santo per le vie del paese, quasi conoscessero, a loro modo, ruolo e modalità. A fine giornata ogni serparo riprende i serpenti, riconoscendo i propri esemplari da segni di smalto impercettibili sulla loro pelle, per riportarli esattamente dove li avevano trovati, in natura. La festa così si chiude ogni anno a notte inoltrata, con fiumi di curiosi che lasciano il piccolo borgo che, per un giorno soltanto, sembra far rivivere, come una magica porta temporale, quella che per secoli è stata una delle più antiche tradizioni misteriche del nostro paese.

 

image

Leggi Tutto

Il mito di una città di cui la storia perse quasi del tutto memoria si lega al destino del lago del Fucino, bacino ormai scomparso che per secoli ne nascose ogni traccia, cullando nel profondo delle sue acque tutto il fascino della sua leggenda. Oggi che persino l’antico lago non ci divide più dalla città che le sue acque avrebbero inghiottito secoli fa, possiamo ancora vivere della splendida magia di questa città scomparsa che solo i monti videro crescere, vivere e poi, inesorabilmente, morire?Antica lapide di marmo che illustra il sistema di riduzione delle acque del lago del Fucino ad opera dei romani
Forse sorprenderà i meno accorti scoprire che un grande letterato francese come Alexandre Dumas già fantasticasse sull’ipotesi che il prosciugamento del grande lago abruzzese desse modo di svelare i tanti misteri legati alla celeberrima Archippe, che egli stesso, immaginandosi nella mente degli antichi, si spinge a definire ottava meraviglia del mondo. Carta storica del Lago del Fucino con principali centri popolatiEffettivamente, fino al definitivo lavoro di bonifica, ogni possibilità certa di chiarire l’origine della città sembrava cosa vana, ma cosa accadde davvero dopo?
Chiunque ne abbia scritto o fatto cenno in epoca antica, da Virgilio a Plinio, che prima di lui riprendeva Gneo Gellio, non avrebbe potuto davvero conoscerla, dal momento che Archippe, come altri insediamenti interni al bacino, sembrerebbe essere stata inghiottita seppur gradualmente dalle acque del Fucino intorno al IX secolo a.C., in seguito ad una lunga fase di cambiamenti climatici che definì un consistente aumento delle acque del lago in breve tempo.Antica stampa che raffigura il lago e i monte Velino sullo sfondo Quello che di vivo restò e restò molto a lungo furono le mille storie e leggende legate allo splendore di una città monumentale che avrebbe dovuto essere la prima di qualunque altra città dell’antico popolo dei Marsi. Eppure “come raccapezzarsi tra il vero e il falso, quando alle nebbie del lago si aggiungono quelle assai più fitte della storia?” chiede ancora il nostro Dumas, incuriosito come noi ed impaziente di avere riscontri concreti di tanta bellezza ancora misteriosa.

Vista sul lago del Fucino in una raffigurazione storicaDel resto le nostre fonti antiche non sembrano aver dubbi sulla reale esistenza di Archippe, dal momento che per Plinio sarebbe stata addirittura la prima città marsa mai fondata, eretta ben prima di Marruvium e ben più ricca delle altre di cui la storia ci parla, mentre Virgilio, un secolo prima di lui, nomina un re marso, Archippo, che certamente va ricondotto al mito di Archippe, se non altro per l’assonanza non casuale del nome che porta. Nell’Eneide, infatti, il fortissimus Umbro, che arrivava a sostegno di Turno nella guerra contro Enea era il noto eroe locale Umbrone, sacerdote marso con l’elmo ornato d’una ghirlanda di ulivo fecondo, che il re Archippo spediva in guerra tra i più valorosi spiriti guerrieri di tutto il popolo (Aen. VII, 752 e ss.). Non restava dunque che far emergere la sacra Archippe, patria dei primi marsi, dalle acque scure del lago che ne serbò il ricordo per secoli e possiamo ben immaginare lo stupore crescente di studiosi ed amatori quando, alla fine dell’Ottocento, giunti quasi al completamento dell’opera di prosciugamento del Fucino, i resti di alcune strutture e sepolture vennero effettivamente alla luce. La piana del Fucino come si presenta ora, dopo l'opera di prosciugamento del bacinoDissolte le nebbie del lago, dunque, la storia sembrò dar ragione al mito e nell’area antistante l’abitato di Ortucchio, lì dove la fantasia e qualche racconto locale aveva sempre immaginato l’antica bellezza dei resti di Archippe, gli archeologi rinvennero infatti dei resti effettivamente riconducibili al X-IX sec. a.C. Molto probabilmente l’abitato fu luogo di scambi e vita sociale stabile per tutto l’Eneolitico, durante l’età del Bronzo e forse fino alla prima età del Ferro, epoca in cui si verificò il definitivo abbandono in favore di zone più riparate dalle acque in crescita. La lenta dissoluzione dell’abitato mitico di Archippe, all’epoca, fu dunque inevitabile e nulla poterono gli antichi abitanti della città contro le acque del lago. Furono dapprima costretti ad abbandonarla e poi dovettero assistere impotenti al lento crescere del Fucino che se ne appropriava, spingendo la prima e più splendida delle loro città negli abissi. Solo ora, che il lago non esiste più e gli uomini hanno deciso per queste terre un corso diverso nel loro destino, mito e verità storica hanno potuto finalmente svelare l’incanto della città che tanto affascinava Dumas: lì dove la piana ora è più fertile sorgeva davvero Archippe, città straordinaria rapita dalle acque.

Leggi Tutto

Proseguendo la navigazione di questo sito accetti l'utilizzo dei cookies e l'intera privacy policy della quale puoi prendere lettura

Iscriviti alla newsletter di Montagne Selvagge e verrai aggiornato su tutte le nostre attività