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Solstizio d’estate: trionfo del sole e della luce sul buio della notte

Solstizio d'Estate

Oggi è il 21 giugno, solstizio d’estate, inizio della nuova stagione. Gli antichi popoli indoeuropei, che vivevano in relazione strettissima coi fenomeni celesti, celebravano questo giorno come trionfo del sole e della luce sul buio della notte. I due solstizi, come due porte simmetriche, poste agli estremi del calendario, segnano dalla notte dei tempi della storia dell’uomo i due giorni fondamentali nel rapporto tra noi e la massima stella che regola la vita sulla terra. Il giorno che vede il minor numero di ore di luce è il solstizio d’Inverno (21 dicembre) e quello che registra il maggior numero di ore di luce è il solstizio d’estate (21 giugno). Ad entrambi questi giorni venne riconosciuta una sacralità particolare e solo durante queste ore si compivano riti propiziatori e celebrativi in onore del sole che, se durante il solstizio d’inverno lottava tenacemente per risorgere, durante quello d’estate otteneva il massimo fulgore, in attesa di decrescere lentamente, poi, verso il nuovo ciclo a venire.

Solstizio d'EstateSolstizio d'Estate

 

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L’ALBERO DI NATALE: UNA TRADIZIONE CHE ARRIVA DALL’ANTICHITA’

Propria deialbero di natale Celti, presente nel mondo germanico fin dalla notte dei tempi, diffusa in tutto il mondo nordico, la tradizione dell’albero addobbato, nelle settimane immediatamente precedenti e successive al Solstizio, arrivò fin al medioevo, passando per le celebrazioni romane delle calende di gennaio, fondendosi poi con il mito dell’albero della vita, proprio dei popoli semiti e del cristianesimo in tempi più recenti. Probabilmente l’ unico vero esempio di sincretismo coerente che vide un simbolo solo attraversare, praticamente intatto, popoli, culti, miti e secoli, mettendo d’accordo un po’ tutti, dal mondo antico ai giorni nostri.

QUANDO L’ABETE SEMPREVERDE DEI GERMANI DIVENNE L’ALBERO DELLA VITA.

Nell’Europa del Nord, in prossimità del Solstizio d’inverno, quando il sole sembrava sparire dall’orizzonte per poi ricomparire, lottando con le tenebre, era tradizione adornare un albero sempreverde, quale albero cosmico, l’abete caro al dio dei Germani Odino, simbolo della vita che non muore. I Vichinghi credevano che l’abete rosso avesse il potere di rinnovare la vita, perché non cedeva le foglie nemmeno al più rigido degli inverni e per questo veniva celebrato con addobbi di frutta, così come facevano i Celti. L’albero era la vita perenne dunque, ma anche l’asse verticale che punta l’alto, l’ascesi, la comunione col cielo e, per questo, l’elevazione dalla materia allo spirito.

Durante la prima cristianità la tradizione dell’albero non si spense, anzi, si arricchì di nuovi significati legati alla rivelazione. I culti pagani vennero intesi come una prefigurazione cristiana e l’albero divenne simbolo del Cristo, germoglio di Dio sulla terra. L’albero biblico della conoscenza, quello che il testo della genesi poneva al centro del paradiso terrestre, tornò così a rivivere nel mito del ben più antico abete nordico della vita.

L’ALBERO DI NATALE OGGI.

Dopo il Congresso di Vienna, nel 1816, la tradizione dell’ Albero di Natale arrivò in tutta Europa e si diffuse capillarmente fino alle coste più meridionali.
In Italia venne introdotta dalla Regina Margherita, che allestì il primo albero dell’Italia unita nella seconda metà del XIX secolo nella residenza reale del Quirinale, molto prima che arrivasse, come accaduto in altre aree europee, nel secondo dopoguerra.

Dagli antichi popoli nordici ad oggi, dunque, ricco di colori, di forme che richiamassero l’abbondanza, un tempo arance, oggi palline colorate, di luci, candele o lumini moderni, simbolo di rinascita e ritorno alla vita che splende, l’albero di Natale torna nelle nostre case di anno in anno, con rinnovata magia, per riaccendere una tradizione antica e magica.

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albero di natale

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Dall’antica dea Angizia alla festa odierna di San Domenico a Cocullo: il rito dei serpari attraversa i secoli.

 

 

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Un santo che esce dalla propria chiesa completamente avvolto di serpenti tra il crepitio degli applausi e le urla dei fedeli in massa, accalcati sotto il sole: una visione che sconvolse nei secoli, divenne persino oggetto di scandalo, eppure non spense mai la curiosità di fedeli e semplici spettatori che ogni anno, a maggio, si riversano a Cocullo per assistere a quella che sembra essere una delle ultime reliquie viventi di un mondo che non esiste più. Il passato che abbraccia il presente per raccontare la storia di una terra che vive di memoria e non rinuncia a nulla di se stessa, piuttosto assorbe e riutilizza i propri simboli, resistendo ad ogni tentativo esterno di costrizione, persino di censura.

L’Abruzzo nasconde bellezze naturalistiche ad ogni passo e questo lo sanno in molti. Tanti ancora non sanno, però, che questa terra magica è stata anche in grado, nel tempo, di raccogliere l’eredità dei popoli che l’hanno abitata senza perdere la suggestione di gesti antichi e riti che non sarebbero stati conservati altrimenti. La storia della festa dei serpari, che raccoglie migliaia di persone da ogni luogo del mondo nella piccolissima Cocullo, infatti, sembra avere ben poco del rigore medievale della Chiesa cattolica. L’idea che un’immagine sacra, una statua venerata, venisse letteralmente assalita da animali ritenuti ambigui e simbolo di tentazione persino nelle Sacre Scritture non permetteva sonni tranquilli per chi, in Vaticano, aveva il compito di tutelare sulla morale e sull’ordine della dottrina. Come potevano conciliarsi, dunque, delle serpi in chiesa, portate in processione e poi uccise sul sagrato, con il portamento remissivo del timido frate umbro che intorno all’anno mille arrivò in Abruzzo e si trattenne a Cocullo in ritiro quasi monastico? All’occhio attento di un qualuque uomo di chiesa di un altro secolo sarebbe sembrata un’eresia. Eppure nulla, neppure l’evidenza, riuscì a cancellare un rito talmente amato da mantenersi per lo più intatto fino ai giorni nostri. Dovremmo dunque chiederci: come è stato possibile? Cosa può aver risolto l’eterno conflitto tra il serpente e le scritture, avvicinadolo a tal punto al divino da permettere un contatto diretto dell’animale col Santo? Ed infine: perchè San Domenico non può più, oggi come oggi, fare a meno delle serpi nel giorno a lui dedicato?

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Ogni risposta utile a queste domande va ricercata nella capacità, come dicevamo, tutta abruzzese di coltivare e mantere vivi nei secoli usi e costumi, anche antichissimi, concedendo loro una seconda vita anche quando le circostanze storiche ne decreterebbero la fine. In questo modo la tradizione dei serpari, nata e cresciuta in seno al paganesimo, sopravvive al paganesimo stesso dopo la sua definitiva estinzione, arrivando ad essere accolta in seno alla Chiesa in modo apparentemente naturale, quasi fosse un’eredità scontata, come poche volte siamo abituati a vedere. Sappiamo infatti dagli storici romani, come Plinio il Vecchio, e dai grandi letterati, come Virgilio stesso, che l’area appenninica popolata dagli antichi Marsi era interessata dal culto della dea Angizia,

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esperta di arti occulte come le sue mitiche sorelle, Circe e Medea, guaritrice abile e incantatrice di serpenti. Per venerarla, il popolo cui lei stessa, si dice, avrebbe trasmesso le capacità di cui andava fiera, ne portava in processione la statua e con essa le serpi catturate nella zona. Questa sorta di processione propiziatoria si consumava a primavera inoltrata, perchè la dea dei Marsi era anche una divinità legata ai culti della fertilità e per questo veniva celebrata nella stagione della rinascita della natura, dopo la lunga notte invernale. I serpenti poi, di cui lei si diceva conoscitrice prima, in grado non solo di renderli mansueti, ma anche e soprattutto di renderne innocui morso e veleno, venivano uccisi al termine della processione, esattamente come avveniva, ma fortunatamente non avviene più, per la festa del Santo oggi, a Cocullo. I punti di contatti, come appare evidente, tra le due liturgie sono moltissimi e appare evidente che le montagne stesse, con la naturale propensione al contenimento, abbiano, insieme al patrimonio umano di queste terre, da sempre particolarmente legato alla propria identità, contribuito a riversare l’antico nel nuovo culto di San Domenico, odierno volto del culto pagano della dea dei Marsi. A chi abbia nel tempo voluto obiettare che Cocullo fosse troppo lontano dal cuore del culto di Angizia, venerata prevalentemente sulle rive del lago del Fucino, va ricordato che la zona è comunque stata interessata da un’altra figura mitica, ugualmente vicina alla simbologia del serpente: il divino Ercole.

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Figlio di Giove e di una delle sue più famose fughe amorose, quella con la splendida Alcmena, rischiò la vita appena nato quando Giunone, feroce di gelosia, tentò di ucciderlo nascondendo nella sua culla due enormi serpenti velenosi. Leggenda vuole però che il bambino, incredibilmente, riuscisse ad ucciderli entrambi, soffocandoli con la sola stretta dei pugni, alzandosi in piedi dal piccolo giaciglio. Di statue dell’eroe, possiamo starne certi, è disseminata l’intera marsica, Cocullo compreso, la cui area, per la verità, risulta piuttosto periferica rispetto al resto della zona.

Compresi i perchè di questa bizzarra tradizione, non ci rimane che ammirare l’abile capacità di quei serpari, giovani o vecchi, donne o uomini che siano, che trascorrono le settimane prima del giorno della festa raccogliendo i propri esemplari di serpenti locali, il Cervone, il Biacco, la Biscia dal Collare, del tutto innocui per l’uomo, per custodirli, offrirgli cibo e prepararli alla festa che ora trova la sua data fissa il primo di ogni maggio. Per tutta la giornata i serpenti, in compagnia dei propri serpari, si offrono volentieri al pubblico curioso, che cerca un contatto ravvicinato unico nel suo genere. Durante la processione, poi, accompagnano il Santo per le vie del paese, quasi conoscessero, a loro modo, ruolo e modalità. A fine giornata ogni serparo riprende i serpenti, riconoscendo i propri esemplari da segni di smalto impercettibili sulla loro pelle, per riportarli esattamente dove li avevano trovati, in natura. La festa così si chiude ogni anno a notte inoltrata, con fiumi di curiosi che lasciano il piccolo borgo che, per un giorno soltanto, sembra far rivivere, come una magica porta temporale, quella che per secoli è stata una delle più antiche tradizioni misteriche del nostro paese.

 

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Archippe, un’Atlantide marsa perduta nelle acque di un lago scomparso

Il mito di una città di cui la storia perse quasi del tutto memoria si lega al destino del lago del Fucino, bacino ormai scomparso che per secoli ne nascose ogni traccia, cullando nel profondo delle sue acque tutto il fascino della sua leggenda. Oggi che persino l’antico lago non ci divide più dalla città che le sue acque avrebbero inghiottito secoli fa, possiamo ancora vivere della splendida magia di questa città scomparsa che solo i monti videro crescere, vivere e poi, inesorabilmente, morire?Antica lapide di marmo che illustra il sistema di riduzione delle acque del lago del Fucino ad opera dei romani
Forse sorprenderà i meno accorti scoprire che un grande letterato francese come Alexandre Dumas già fantasticasse sull’ipotesi che il prosciugamento del grande lago abruzzese desse modo di svelare i tanti misteri legati alla celeberrima Archippe, che egli stesso, immaginandosi nella mente degli antichi, si spinge a definire ottava meraviglia del mondo. Carta storica del Lago del Fucino con principali centri popolatiEffettivamente, fino al definitivo lavoro di bonifica, ogni possibilità certa di chiarire l’origine della città sembrava cosa vana, ma cosa accadde davvero dopo?
Chiunque ne abbia scritto o fatto cenno in epoca antica, da Virgilio a Plinio, che prima di lui riprendeva Gneo Gellio, non avrebbe potuto davvero conoscerla, dal momento che Archippe, come altri insediamenti interni al bacino, sembrerebbe essere stata inghiottita seppur gradualmente dalle acque del Fucino intorno al IX secolo a.C., in seguito ad una lunga fase di cambiamenti climatici che definì un consistente aumento delle acque del lago in breve tempo.Antica stampa che raffigura il lago e i monte Velino sullo sfondo Quello che di vivo restò e restò molto a lungo furono le mille storie e leggende legate allo splendore di una città monumentale che avrebbe dovuto essere la prima di qualunque altra città dell’antico popolo dei Marsi. Eppure “come raccapezzarsi tra il vero e il falso, quando alle nebbie del lago si aggiungono quelle assai più fitte della storia?” chiede ancora il nostro Dumas, incuriosito come noi ed impaziente di avere riscontri concreti di tanta bellezza ancora misteriosa.

Vista sul lago del Fucino in una raffigurazione storicaDel resto le nostre fonti antiche non sembrano aver dubbi sulla reale esistenza di Archippe, dal momento che per Plinio sarebbe stata addirittura la prima città marsa mai fondata, eretta ben prima di Marruvium e ben più ricca delle altre di cui la storia ci parla, mentre Virgilio, un secolo prima di lui, nomina un re marso, Archippo, che certamente va ricondotto al mito di Archippe, se non altro per l’assonanza non casuale del nome che porta. Nell’Eneide, infatti, il fortissimus Umbro, che arrivava a sostegno di Turno nella guerra contro Enea era il noto eroe locale Umbrone, sacerdote marso con l’elmo ornato d’una ghirlanda di ulivo fecondo, che il re Archippo spediva in guerra tra i più valorosi spiriti guerrieri di tutto il popolo (Aen. VII, 752 e ss.). Non restava dunque che far emergere la sacra Archippe, patria dei primi marsi, dalle acque scure del lago che ne serbò il ricordo per secoli e possiamo ben immaginare lo stupore crescente di studiosi ed amatori quando, alla fine dell’Ottocento, giunti quasi al completamento dell’opera di prosciugamento del Fucino, i resti di alcune strutture e sepolture vennero effettivamente alla luce. La piana del Fucino come si presenta ora, dopo l'opera di prosciugamento del bacinoDissolte le nebbie del lago, dunque, la storia sembrò dar ragione al mito e nell’area antistante l’abitato di Ortucchio, lì dove la fantasia e qualche racconto locale aveva sempre immaginato l’antica bellezza dei resti di Archippe, gli archeologi rinvennero infatti dei resti effettivamente riconducibili al X-IX sec. a.C. Molto probabilmente l’abitato fu luogo di scambi e vita sociale stabile per tutto l’Eneolitico, durante l’età del Bronzo e forse fino alla prima età del Ferro, epoca in cui si verificò il definitivo abbandono in favore di zone più riparate dalle acque in crescita. La lenta dissoluzione dell’abitato mitico di Archippe, all’epoca, fu dunque inevitabile e nulla poterono gli antichi abitanti della città contro le acque del lago. Furono dapprima costretti ad abbandonarla e poi dovettero assistere impotenti al lento crescere del Fucino che se ne appropriava, spingendo la prima e più splendida delle loro città negli abissi. Solo ora, che il lago non esiste più e gli uomini hanno deciso per queste terre un corso diverso nel loro destino, mito e verità storica hanno potuto finalmente svelare l’incanto della città che tanto affascinava Dumas: lì dove la piana ora è più fertile sorgeva davvero Archippe, città straordinaria rapita dalle acque.

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MAZZAMURELLO, LO GNOMO DEI BOSCHI CHE POPOLA LE NOSTRE FANTASIE DA GENERAZIONI

Se di notte o durante i pomeriggi assolati un bizzarro rumore vi porta ad origliare da un muro per cercare di capire, aggirarvi in casa senza pace, un po’ sorpresi, preoccupati forse, qualcuno potrebbe arrivare a  dirvi che non siete soli come pensate: un simpatico folletto dei boschi sta cercando di entrare in contatto con voi. È il Mazzamurello, piccolo gnomo delle nostre montagne, anima giocosa del verde, che si fa beffe di voi, cerca di spaventarvi per un torto subito o si fa messaggero per chi non c’è più.

NON SOLO NELL’ EUROPA DEL NORD…

Mazzamurello - spirito dei boschiIl mazzamurello ha in dono la capacità di vagliare il cuore delle persone e scovarne l’indole. Sensibile oltre ogni immaginazione in questo senso, sarà vostro alleato e complice di buona sorte se l’avrete ben “ospitato” in casa, svelando, magari solo per voi, nascondigli di antichi tesori. Goliardico invece fino al dispetto se vedrà in voi un qualche sintomo di cattiveria. Intermediario dell’aldilà, porta messaggi dal piano incantato al nostro mondo ordinario, come spesso accade per le piccole creature della tradizione antica. Scopriamo così che le felici leggende del “popolo dei piccoli” appartengono anche alle nostre terre da lungo tempo e non abbiamo bisogno di importarle da altri. Il piccolo spiritello che non perde mai occasione per lazzi e scherzi, ostile fino al capriccio come un bambinetto, ma pronto poi di nuovo al gioco appena un attimo dopo, è infatti proprio del centro Italia praticamente da sempre. E non solo…

DAL NORD ALL’APPENNINO ABRUZZESE, PASSANDO DA ROMA, DA PESCARA A NAPOLI ED OLTRE: DA SEMPRE NEI RACCONTI DEI NONNI.

anche-a-Roma-una-via-porta-il-loro-nomePer D’Annunzio erano “mazzamurelli”, nel teatro del cinquecento veneziano compare un “mazzaruollo”, i napoletani li chiamavano “mazzamurielli” e chi si spingeva più a sud, fino alle coste della Puglia, li avrebbe conosciuti come “scazzamaurielli”. Ben distribuiti e ben nasconti tra i rami degli alberi, i nostri spiritelli, anime dei boschi, sembra debbano il proprio nome proprio al brutto vizio di batter colpi alle pareti, facendo parlar di loro persino in città. A Roma, nella centralissima zona di Trastevere, un palazzetto, ormai abbattuto per far largo al vialone che attraversa il quartiere, era noto per l’aver accolto mazzamurelli inquieti che di notte facevano sentire la propria presenza a tutto il rione. Ancora oggi, a ricordo del loro divertito baccano, esattamente dove sorgeva il palazzo che avevano preso di mira, il nome di un vicolo li riporta tra noi… e qualcuno ancora giura di sentirli.

AI PIEDI DELLE NOSTRE MONTAGNE, NEL VERDE…

il mazzamurelloCome spesso accade, i toponimi tradiscono presenze nascoste più di un qualunque moderno manuale e alle nostre montagne abruzzesi, più che ad altre, piace ricordare il passaggio sovente dell’allegro popolo dei piccoli abitanti del verde. Ai piedi del maestoso massiccio del Marsicano, nel comune di Opi, ai confini della terra degli antichi Marsi, una zona che persino le carte ricordano come “Mazzamore” si dice debba il proprio nome ai piccoli e dispettosi mazzamurelli. Anche il Velino sembra ospitarli nel verde, alle pendici del massiccio bicorno che sale dalla piana del Fucino e le vecchie tradizioni locali li credono abitanti delle vecchie travi di legno delle case di montagna, mascosti fin dentro le fondamenta. Come se non fosse solo fantasia, quella strana sensazione che prende alle volte nei boschi di essere costantemente osservati, seguiti, spiati da qualcuno, ci giriamo d’improvviso, ma nessuno segue i nostri passi e continuiamo. Eppure proprio lì, nei luoghi dove più amano nascondersi, potremmo scovarli, un giorno o l’altro, finendo per incrociare i loro occhietti vispi…

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Verso la cascata, seguendo una carpa che diventerà drago

Segui il corso del fiume...Ascendendo, in montagna, puoi trovarti a seguire il corso di un fiume o di un torrente per poi arrivare alla cascata che lo alimenta di vita.

...potrai ascoltare il rumore dell'acquaUna leggenda giapponese narra che la carpa sia in grado di risalire la cascata, dopo aver superato varie peripezie e fronteggiato spiriti maligni e risalga con forza la corrente fino alla celebre “Porta del Drago“. 

Per arrivare fino alla cascataAttraversata la porta, la carpa coraggiosa diventerà dragone e, grazie ai suoi meriti, riuscirà ad ottenere l’immortalità.

Infatti gli dèi, vedendo in essa un esempio di enorme coraggio, vollero trasformarla in un drago immortale perché divenisse simbolo di chi non si arrende e, con coraggio, affronta le avversità della vita.

Quando cammini in un bosco, in montagna, e al tuo fianco c’é un fiume o un torrente, fermati ad ascoltarlo, pensa al suo punto d’origine, a cosa l’ha fatto nascere e a come continuerà a vivere.

....la cascata del cancello del dragoSe vuoi seguire il suo corso per risalire alla cascata, fallo con dedizione e sentimento. Potrà sembrare una passeggiata se non troverai ostacoli, ma, quando arriverai alla tua destinazione, il suono impetuoso dell’acqua della cascata, fuggente e limpido, ti imporrà in silenzio di fermati e pensare al percorso appena dietro le tue spalle. Sei salito in direzione della vita per arrivare a sentirne il cuore. Riprendi poi il sentiero appena concluso e segui di nuovo il corso del fiume. Ora puoi scorrere nella sua stessa direzione, ma non sarai più solo: ad accompagnarti ci sarà, ora, la sua volontà. Continue reading

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IL TASSO (Taxus baccata): ALBERO DELLA RINASCITA E DELLA MORTE

Taxus Baccata - dettaglio foglieCamminando tra le siepi dello splendido labirinto di Sigurtà, a Valeggio, chi mai sospetterebbe una lunga tradizione di fascino e mistero tra le fitte foglie scure del Tasso?

Il Taxus baccata, comunemente detto Tasso, è un sempreverde dell’ordine delle conifere, che deve parte del proprio nome botanico ai frutti rossi, detti arilli, che decorano i rami di strette foglie disposte a pettine come perle appunto (dal latino baccata ovvero fatto di perle). Estremamente raro allo stato spontaneo, deve la propria diffusione ai giorni nostri prevalentemente all’uomo, che se ne serve innanzitutto come pianta ornamentale, disponendone, appunto, i verdi arbusti in siepe o recinzioni.

Taxus Baccata - dettaglio del troncoL’ALBERO DELLE ARMI, ALBERO DELLA MORTE

Nel corso dei secoli, però, non godette della medesima fama, nè bastò l’uso ornamentale a farne albero notevole per varie ragioni. Si dice infatti che, fin dall’antichità, il legno durevole del Tasso venisse impiegato su larga scala per armi di vario genere, grazie anche ad indiscusse doti di resistenza e flessibilità che lo rendevano apprezzabile per la fabbricazione di lance, frecce e, soprattutto archi.

Taxus Baccata - dettaglio del fruttoLeggenda vuole che fu una freccia di Tasso quella che colpì a morte Re Riccardo Cuor di Leone, come, al contempo, non sembra affatto casuale che lo stesso nome, in antico, fosse forzatamente ricondotto al greco Tóξov (Toxon), benchè nella stessa lingua l’albero in questione fosse σμĩλαξ (smìlax) o, tutt’al più, μĩλαξ (mìlax). Persino Plinio, però, ricordando l’alta tossicità della pianta, riporta l’accostamento, allargandolo, appunto, all’aggettivo tossico, che sarebbe un derivato del taxicum, spiegando come il veleno stesso dedotto dal Tasso venisse sovente impiegato per rendere letali lame o punte di frecce. Nota riportata anche da Strabone che precisa l’utilizzo degli arilli per questo impiego, benchè sia risaputo che l’unica parte davvero pericolosa del frutto sia il seme al suo interno e non l’innocua polpa. Che Strabone si confonda tra fuori e dentro, però, poco cambia per una pianta che, a ragion del vero, nel tempo s’è guadagnata l’alto appellativo di “Albero della Morte”. Raramente, in effetti, un solo arbusto, in natura, riesce a sviluppare sei differenti molecole tossiche in ogni suo organo, ad eccezione, appunto, della sola area carnossa del frutto, in grado di uccidere, in dosi opportune animali e uomini entrando, così, nel mito della letteratura e della storia di tutti i tempi.

Taxus Baccata - sempreverde tra la neveLa Guerra dei Cent’anni, come ogni altro focolaio tra il XIII e il XVI sec. in Europa, ad esempio, molto deve al nostro Tasso, se gran parte della popolazione di questa specie, nel vecchio continente, finì disboscata per trarne armi. Eppure non dovremmo arrivare agli shakespeariani Macbeth e Amleto per spiegare una connessione diretta tra l’albero del Tasso e l’aura nera degli inferi. In fondo quando nel Macbeth le streghe inglesi preparavano il micidiale intingolo di talee di tasso durante l’eclissi di luna, altro non facevano che rinnovare ad libitum l’antico rito romano del Calderone di Ecate, dea degli inferi, che gli antichi placavano con un complicato rituale di sacrificio, che prevedeva si immolassero due tori neri vistosamente agghindati con rami di tasso intrecciati, posti appunto sui due animali per attrarre spiriti infernali assetati del loro sangue. Albero della Morte, dunque, ma non solo.

MILLENNI DI STORIA IN UN TRONCO: L’ALBERO DELL’ETERNITA’ DELLA VITA.

Quello che forse attrae maggiormente di questa pianta, infatti, sembra appunto la duplice natura della propria fama nel tempo che, se da una parte la vuole legno per armi, veleno e micidiale compagna d’Ecate, dall’altra l’eleva ad esatto contraltare, mite e silenziosa guardiana del cimitero celtico, simbolo d’eternità per l’incredibile longevità di cui va fiera. Il nostro Taxus Baccata, che conta esemplari di quasi due millenni di vita, conquista, così, due opposte mitologie intimamente legate tra loro: è albero della Morte, ma, al tempo stesso, è custode del tempo senza inizio e, dunque, dell’immortalità.

IL DEDALO DELLA RINASCITA: TAXUS BACCATA, ALBERO DEL TEMPO SOSPESO E DELLA SALVEZZA.

Oscurità e luce, morte e rinascita: continuità di vita e morte in un solo albero altamente simbolico. Perdersi nell’ombra per ritrovarsi, poi, nella luce: questa duplice lettura millenaria dell’albero del Tasso ha convinto Adrian Fisher, il più famoso architetto di labirinti al mondo, a realizzare il monumentale dedalo del Parco Sigurtà, a Valeggio, utilizzando come muri divisori solo piante di Taxus Baccata.

Dedalo Sigurtà - 1500 piante di TassoIl labirinto del Parco, vera attrazione dell’area verde, aperto al pubblico nel 2011, dopo ben 6 anni di lavori, si riappropria, in toto, del significato primo del dedalo e dell’annosa ricerca della via d’uscita come di un viaggio dell’anima dalla morte alla rinascita. La scelta – assolutamente voluta – come afferma il proprietario del Parco, di includere 1500 piante di solo Tasso nel labirinto, risponde esattamente alla filosofia del labirinto che, per dipanarsi, sceglie come compagno di viaggio un albero che sospende il tempo e conduce alla salvezza, simbolicamente rappresentata, al centro del dedalo, dalla torretta che ci porta, salendo, sopra il labirinto stesso, liberandoci dal giogo della trappola della vita e della materia.

ALLA SCOPERTA DEL BOSCO SACRO DELLA DEA ANGIZIA (Luco dei Marsi – AQ)

Lucus Angitiae - bosco in invernoPoco lontano dalle rive dello scomparso lago del Fucino, la radura s’infittisce ed un bosco misterioso procede verso l’alto, tra rocce, cavità naturali e veri e propri inghiottitoi.
Gli antichi abitanti di queste valli riconoscevano un valore sacrale a questi luoghi e gli stessi Romani, ben comprendendone l’inclinazione, non li definirono mai genericamente “silva” ma “lucus”, perchè fosse certo anche nel nome che non si trattasse di un bosco qualunque. Lucus Angitiae - il bosco sacroChiunque poteva varcare una radura tra le tante, una “silva”, non tutti, al contrario, potevano affrontare un “lucus”, termine che da solo bastava ad intendere che da quel medesimo istante si cessava di essere in luoghi qualsiasi per entrare di fatto nella sfera del sacro.
opera in terracotta rinvenuta nello scavo archeologico di Luco dei Marsi (AQ)Gli antichi Marsi, figli di queste terre, veneravano il bosco in questione perchè sacro alla principale divinità dei loro padri: la dea Angizia, divinità guaritrice, incantatrice di serpenti, sorella della più nota Circe.
Sapevano riconoscere il suo passo di danza, narra la leggenda, nei vapori sprigionati dal terreno ad alta quota, tra gli alberi.
Anche oggi, chiunque si avventuri tra gli alberi del Bosco Sacro e si trovi, d’improvviso ed in silenzio, avvolto da un vapore bianco in rapido movimento, ha davvero la sensazione che qualcosa di vivo e pulsante avvolga la natura circostante, tutti i rami e gli alberi. Lucus Angitiae - la nube misteriosaLungi da ogni fascinazione esoterica, comunque, il Bosco riserva suggestioni davvero uniche in ogni periodo dell’anno e la memoria storica di un culto, quello della dea dei serpenti, che ha profondamente influenzato queste terre per secoli, vive ancora oggi nella toponomastica e nelle tradizioni locali.

Nelle FOTO: il bosco da noi fotografato in diversi momenti dell’anno e un’opera in terracotta ritrovata nel sito archeologico di LUCUS ANGITIAE, presso Luco dei Marsi, che molti riconoscono proprio come la dea Angizia.

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FAGGETA DI VAL CERVARA: SCRIGNO DEL TEMPO E DELLA SAGGEZZA IN TERRA MARSA

Alberi secchiSe la vita di un uomo non può arrivare ad abbracciare un tempo più lungo di un secolo, la sua terra, al contrario, conosce creature in grado di raccogliere secoli di memoria in una sola esistenza, divenendo custodi di un sapere antico.
Albero morto nella faggeta di Val CervaraÈ questo che accade quando siamo in luoghi incantati come la foresta di Val Cervara, nel Comune di Villavallelonga, nel territorio del parco nazionale d’Abruzzo, Lazio, Molise, dove sopravvive al tempo la più antica faggeta d’Europa.
Faggeta di Val CervaraQuesta palma d’eccellenza fu riconosciuta al bosco di Val Cervara dall’università della Tuscia agli inizi del nostro secolo, quando un team di studiosi è riuscito a provare l’esistenza di faggi pluricentenari, con un nutrito numero di esemplari che supera addirittura i 480 anni d’età. Faggio secolareL’equipe di esperti, guidata dai professori Schirone e Piovesan, grazie all’analisi dendrocronologica, ha potuto ricostruire una serie cronologica che, quindi, si estenderebbe dal 1523 ad oggi. Il più antico conta ben 503 anelli chiaramente rilevabili da questo tipo di analisi, ma potrebbe essere persino più antico, se si considerano i molti altri incompleti.
Mezzo millennio di vita e di memoria.
l'entrata della Val CervaraMentre Magellano partiva con tre velieri per raggiungere l’Oceano indiano, Carlo V veniva incoronato Re dei Romani ad Aquisgrana ed Enrico VIII fondava la chiesa anglicana, questi giovani faggi, oggi ultimi della loro generazione in Europa e candidati a divenire patrimonio dell’UNESCO per questa ragione, vedevano già la luce e segnavano la storia.Val Cervara 4 Val CervaraVal Cervara 5Val Cervara, albero secco Val Cervara.jpg 3Panoramica dalla Faggeta di Val Cervara

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GIOVENCO, FIUME SACRO DELLA MARSICA: SEGRETI E MISTERI

Giovenco 1Dalle pendici dei Monti Pietra Gentile e Parte Calda, nasce il Giovenco, principale affluente naturale dei canali dell’ex bacino del Fucino. Attraversando in direzione sud-nordovest la valle omonima, arrivava all’abitato dell’attuale Pescina, passando per una stretta gola, prima di dividersi, in prossimità del lago che ora non c’è più, in un delta ripartito in rami, uno dei quali raggiungeva Marruvium, l’odierna San Benedetto dei Marsi.

Giovenco 2IL DIO DELLA GUERRA SULLE SACRE SPONDE

Probabilmente fu proprio il contatto diretto con la città simbolo dei Marsi a fare del Giovenco un fiume sacro per questo popolo di guerrieri. Ogni anno, infatti, presso le sorgenti del Giovenco, si celebravano le liturgie in onore di Marte Pico, massima divinità del luogo, signore della guerra e, al contempo, delle messi e della terra.

Per un giorno ed un’intera notte, nel mese in cui maturano le messi, il popolo si raccoglieva attorno a grandi roghi sacri in preghiera e canti, fino al giunger del mattino. All’alba, tutti insieme, i Marsi compivano il rito di cospargersi il corpo di rugiada per preservarsi dal male. Ai malati era concesso lavarsi, immergendo il corpo direttamente nel fiume, per chiedere guarigione alle acque.

Giovenco 3IL FIUME E ROMA

La salubrità del Giovenco era nota fino a Roma, che ne apprezzava, inoltre, la particolare freschezza.

Plinio stesso, naturalista tra i primi, ne parla, pronto a dire che, proprio grazie alla sua leggerezza, l’acqua del Giovenco era in grado di arrivare all’acquedotto romano della cosiddetta Acqua Marcia – tuttora considerato collettore dell’acqua “più buona di Roma” – senza mescersi con acque diverse nel lago del Fucino, scivolandone sopra, quasi, mantenendo, così, incorrotti sapore e qualità fino alla città.

Giovenco 4UN TERRIBILE SEGRETO NASCOSTO NEL NOME

Quest’acqua, dono degli dei, nascondeva, però, un lugubre segreto, rimasto, nei secoli a venire, custodito solo dal proprio nome. Si dice, infatti, che sulle sponde del Giovenco fu combattuta un’aspra battaglia tra i popoli autoctoni e l’esercito di Silla. Nonostante l’aspra resistenza di chi difendeva queste terre, Silla ebbe la meglio e i 18.000 al seguito del sannita Iuventio, periti sul posto, tinsero col loro sangue le acque del fiume che da quel giorno portò il nome del loro comandante.

Giovenco 5Il Giovenco, caro agli dei locali, fiume degli eroi, nutrí così generazioni di romani che, non sapendolo, bevvero per secoli il sangue di valorosi guerrieri sconfitti, diluito in quelle che da sempre furono soliti definire “acque prelibate”.