post

Equinozio d’autunno: quando il Sole lascia spazio al mistero delle ombre

Equinozio

 

Esistono quattro passaggi fondamentali per il nostro pianeta, in orbita attorno al proprio astro, che da sempre hanno determinato la vita delle civiltà che conosciamo e, in qualche modo, anche la nostra.

Quattro transiti segnati a calendario, a due a due, come equinozi e solstizi: passaggi fondamentali dell’anno solare paralleli tra di loro. Gli equinozi, il primo all’ingresso della primavera, il secondo a conclusione dell’estate, traggono il proprio nome dal latino aequa nox, ovvero notte uguale,  lasciando intendere dal nome stesso che proprio in questi giorni, 21 marzo e 21 settembre, luce e ombre hanno la stessa identica durata in termini di ore. Eppure per i popoli antichi i due equinozi non avevano lo stesso significato né venivano celebrati allo stesso modo: se quello di primavera, infatti, annunciava un costante aumento delle ore di luce su quelle di buio, quello d’autunno apriva, al contrario, tutt’altro scenario, presentando un Sole mitizzato in calo ed una Notte poderosa in lenta ma implacabile ascesa. Per gli antichi era dunque questo il momento destinato all’inizio della riflessione più intima relativa all’intero corso dell’anno che andava spegnendosi.

Autunno

La natura iniziava un moto discendente volto a spegnere l’euforia dell’estate verso il tepore minimo che anticipava lo spegnersi di ogni attività nel bianco dell’inverno: l’uomo iniziava, quindi, un processo di analisi e revisione della propria intimità e del proprio percorso comunitario e personale. I riti dei Misteri Eleusini dell’antica Grecia illustrano esattamente questo passaggio. Celebrati proprio in questi giorni, ripercorrevano, con rituale e pasto sacro, il mito del ratto di Prosérpina, mitica figlia della dea della Terra, Demetra, rapita dall’oscuro Ade, dio del sottosuolo e degli inferi. Riproporre, anno dopo anno, questo passaggio in forma rituale aiutava gli uomini ad accompagnare il sole verso le profondità della terra, inghiottito, quasi, come era accaduto alla giovane Proserpina nel mito che la vedeva protagonista, ma con la certezza di una ciclica rinascita. Il ciclo annuale di rinascita e morte figurata del Sole come protagonista assoluto delle vicende umane, segnava profondamente ogni aspetto della vita delle comunità antiche che comprendevano profondamente la necessità dell’alternarsi armonioso delle stagioni così come accettavano, allo stesso modo, nascita e morte nelle proprie vite. Ascoltavano serenamente il ritmo della natura e degli astri così come facevano per la propria esistenza… una capacità antica e preziosissima che oggi dovremmo imparare a riscoprire.

 

Elena Provantini

 

Autunno

post

La storia dell’Elleboro puzzolente

IMG_1359

Se è vero che la primavera, con la bella stagione, riporta fiori e germogli, non è comunque vero al tempo stesso che l’inverno non sappia sorprendere con qualche verde sorpresa. L’Elleboro, infatti, è in grado di sopportare bene il rigore del freddo e chiudendo i propri boccioli resiste bene anche con la neve, permettendo una fioritura in epoche davvero anomale per altre piante, ovvero tra gennaio e aprile

Tra le molte tipologie di questa Ranuncolacea, la più particolare è probabilmente la cosiddetta puzzolente (Helleborus foetidus), che cresce spontaneamente nei nostri territori ed arriva al massimo splendore proprio adesso, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, con i suoi fiori penduli giallo-verde o verde chiaro bordati di porpora.

IMG_1365

Deve il proprio curioso nome all’odore che naturalmente emana, decisamente poco gradevole. Ha appassionato da sempre storici e studiosi per le sue qualità farmacologiche che, se dosate in modo opportuno possono rivelarsi un’arma pericolosissima. In effetti l’Elleboro è ricco di glicosidi, tra i quali una che porta appunto il suo nome: elleborina. Grazie a questa e ad altre sostanze tossiche, quali saponine e protoanemonina, può danneggiare irrimediabilmente il cuore o provocare spasmi violenti, convulsioni, delirio e, in casi estremi, anche la morte di chi dovesse ingerirlo. La pericolosità di questa pianta era ben nota già in epoca antica e sfruttata, per questa ragione. L’episodio probabilmente più noto lo riporta il grande storico Pausania nel suo Periegesi della Grecia, trattato geo-storiografico scritto nel II secolo d.C. Nel decimo libro dell’opera, infatti, si racconta dello stratagemma con cui Solone difese la città di Atene dai Cirresi pronti ad attaccarla. Egli propose ai propri cittadini di gettare piante di elleboro nel fiume che riforniva d’acqua l’accampamento dei nemici che, colti da dissenteria grave, dovettero rinunciare all’assedio. Secondo alcune leggende, poi, gli ateniesi furono in grado di ripetere l’impresa anche contro i temutissimi nemici di sempre: gli Spartani. Sembrerebbe che anche loro, infatti, siano caduti vittima dello stesso identico stratagemma e di quella che fu definita prima arma chimica della storia delle guerre e dell’antichità.

IMG_1366

È pur vero che l’elleboro, però, è anche in grado di curare, se somministrato in dosi ridotte e sotto il controllo medico. È infatti un potente narcotico usato, anche in epoche passate, per sedare attacchi epilettici o crisi di nervi. Per questa ragione, in antichità, molte delle favole o leggende legate a questa pianta, quando non la dipingono come arma, ne parlano come rimedio alla pazzia. Il pastore Melampo, mitico medico ed indovino degli antichi, dopo aver testato gli effetti della pianta sulle proprie pecore, si dice l’abbia utilizzata per guarire anche le figlie di Preto, re della mitica Argo, che credevano, in preda alla follia, di essere divenute delle vacche. Il suo intervento si rivelò a tal punto miracoloso e tempestivo che divenne leggendario e Melampo da povero pastore divenne uno degli uomini più influenti del regno, ottenne la mano di una delle giovani figlie del re che aveva salvato, il re gli donò parte del regno e passò alla storia col titolo onorifico di Purgatore.

IMG_1358 - Copia

“Hai bisogno dell’Elleboro” divenne, col tempo, un modo comune per dire a qualcuno che probabilmente era pazzo e perfino l’imperatrice Agrippina, preoccupata delle follie del giovane figlio Nerone, si dice ne preparasse insalate per tenerlo a bada.

Nel mondo campestre, in Toscana, fino a qualche generazione fa, l’Elleboro era invece un ottimo alleato dei contadini perché si ottenessero in tempo utile pronostici sul raccolto. Si credeva, infatti, che i le escrescenze floreali di questa pianta indicassero la qualità del raccolto e più ve ne crescevano più fausto sarebbe stato il raccolto.

Se, camminando per le nostre montagne di questa stagione, dovessi quindi imbatterti in questo lucido e verde virgulto ricorda che non stai guardando una semplice pianticella cresciuta spontaneamente al margine del sentiero, ma una delle più potenti piante officinali della storia nonché l’arma che garantì la vittoria a chi riuscì ad usarla a proprio vantaggio.

Attenzione: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi alimurgici sono indicati a mero scopo informativo, decliniamo pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.

Elleboro puzzolente

 

copertina

Montagne Selvagge

Escursioni guidate nelle selvagge bellezze d’Abruzzo

Per essere aggiornati su tutte le nostre attività potete iscrivervi alla newsletter di www.montagneselvagge.com, inserendo la vostra email e i vostri dati nell’apposita sezione. Oppure inviaci un messaggio tramite whatsapp al numero 3382717448 e riceverete individualmente i nostri aggiornamenti.

post

Via lo stress con le escursioni del benessere, ogni giovedi’, per l’armonia di corpo e mente

Seguendo l’esempio e in accordo con  Fabrizio Vago, Accompagnatore di Media montagna e Maestro di Escursionismo del Collegio Regionale Guide  Alpine Veneto e fondatore del sito www.ilmountainrider.com, anche in Abruzzo presentiamo le escursioni del benessere.

Escursioni del benessere come terapia antistress per chi è sempre sotto, sempre connesso, sempre con il fiato sul collo e ha voglia di rallentare e riappropriarsi del proprio tempo. Ma anche per chi semplicemente vuole mantenersi in forma condividendo con altre persone le bellezze della natura affiancato da una guida specializzata e certificata.

L’escursionismo è appunto l’attività che prevede il cammino nella natura da quota zero fin dove si può senza l’ausilio di attrezzature alpinistiche. Camminare in collina o in montagna fa benissimo, è l’attività aerobica per eccellenza! In questo caso i benefici antistress della camminata vengono amplificati non di poco dall’aria pulita e dal paesaggio rilassante.

Oltre ai tanti benefici per il corpo e per la mente il cammino stimola la curiosità e ci permette di approfondire la nostra conoscenza sugli aspetti paesaggistici, storici-culturali di un dato territorio. A volte poi può succedere di scoprire posti bellissimi a breve distanza da dove abitiamo di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza. Per esempio a me, anche recentemente, è capitato di scovare alcuni posticini niente male a pochi chilometri da casa dove ancora inspiegabilmente non avevo messo piede.

E’ con questo spirito che propongo a partire da aprile 2017 come Accompagnatore di Media Montagna e Maestro di Escursionismo delle escursioni del benessere ogni giovedì mattina.

Cosa sono le escursioni del benessere?

Le escursioni del benessere sono delle facili escursioni in bassa montagna a passo lento e adatte, di conseguenza, anche a chi è poco allenato. Non ci saranno salite troppo faticose, record da battere o premi per chi arriva primo! Di durata di una mezza giornata o poco più, queste uscite saranno effettuate in piccoli gruppetti di persone. Tutti possono partecipare anche chi è allenato minimamente!

Ogni settimana scelgo in base alle condizioni meteo e stagionali percorsi sempre diversi per cui non ci sarà il rischio di annoiarsi ripercorrendo sempre gli stessi sentieri o la stesse strade. L’itinerario scelto verrà comunicato agli interessati via mail o tramite messaggio su cellulare.

Dove vengono fatte le escursioni del benessere?

Parco Naturale Regionale Sirente Velino, Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, Riserva Naturale Regionale Grotte di Luppa,  Monti della Serra Lunga, Riserva Naturale guidata Zompo lo schioppo.

Partecipando alle escursioni del benessere potrai:

  • Conoscere e visitare in punta di piedi posti sempre nuovi.
  • Guardarti attorno in tranquillità e stupirti delle piccole cose come può essere un fiore raro, un vecchio albero contorto, un animale che fugge nel bosco
  • Respirare aria buona.
  • Prenderti cura del tuo corpo e della tua mente
  • Stringere amicizia con altre persone. Il cammino in gruppo infatti è un ottimo mezzo per socializzare e combattere solitudine e depressione.
  • Staccare la spina da impegni e vita frenetica

Quando vengono fatte le Escursioni del Benessere?

Ogni giovedì mattina ore 8.00 oppure 8.30 in base alla stagione

Punto di ritrovo:

Verrà comunicato di volta in volta in base al punto di partenza dell’escursione.

Quanto durano le Escursioni del Benessere?

Da un minimo di tre ore ad un massimo di quattro ore. Nel complesso ogni uscita, tenendo anche conto del tempo dei trasferimenti in macchina, si svolgerà nell’arco di una mezza giornata

Materiale ed Equipaggiamento:

Zaino , scarpe da trekking, maglietta, pile o maglione, giacca a vento impermeabile, pantaloni comodi per la camminata, cappello, guanti, medicinali personali, borraccia per l’acqua (1,5 lt) frutta secca, pranzo al sacco.

Costo: 15,00 euro a persona per ogni escursione, comprensivo di escursione guidata a cura di un Accompagnatore di Media Montagna/ Maestro di Escursionismo del Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo e copertura assicurativa per tutta la durata dell’evento.

Come partecipare alle Escursioni del Benessere?

Per info e prenotazioni contattami all’indirizzo mail: 3382717448, info@montagneselvagge.com

Importante: Tutto fatturato e a norma di legge! Come professionista con partita IVA regolarmente iscritto all’albo del collegio Guide Alpine, in possesso di copertura assicurativa responsabilità civile per terzi professionale.

Accompagnatore di Media Montagna

post

Il ritorno alla Natura e l’arte del Camminare

Camminare nel bosco

“Se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino”

L’autore di questa massima, Henry David Thoreau, nel luglio del 1845, decise di lasciare la cittadina di Concord, dove abitava, per vivere da solo sulle sponde del Lago di Walden, in una capanna che si era costruito da solo. Stette lì poco più di due anni e raccontò la sua esperienza nel suo libro più famoso  Walden, ovvero Vita nei boschi.  L’importanza del ritorno alla natura, lontano da una civiltà indirizzata al solo utile di mercato, emerge direttamente dalle parole dell’autore, che, al contrario, nella ricerca di purità e semplicità ritrova il cuore del vero fabbisogno umano. “Andai per i boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non  fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire  in punto di morte che non ero vissuto”: questo il senso ultimo della sua esperienza.

Ogni giorno della sua vita si metteva in cammino verso ovest e compiva molti chilometri al giorno, seguendo il sole che nasceva e moriva con lui. Pochi anni dopo la sua morte, anche grazie alla sua sensibilità, vennero istituite le prime aree protette al mondo. Nell’opera I boschi del Maine, infatti, introduce per la prima volta l’esigenza della conservazione della natura selvaggia mediante l’ordinamento giuridico, perché “la salvezza del mondo è nella natura selvaggia”. 

John Muir, viaggiatore, esploratore e studioso di ambiente naturale, fu personalità di rilievo come Thoreau nel processo di sensibilizzazione e tutela del paesaggio. Viaggiò in lungo ed in largo per gli Stati Uniti annotando le bellezze di Madre Natura nei suoi appunti che divennero libri e grazie al suo impegno nacque uno dei primi parchi nazionali al mondo, quello dello Yosemite, istituito definitivamente nel 1890.

Camminare nel bosco

Grazie ad uomini come questi, che lottarono per la conservazione delle bellezze della natura, oggi noi possiamo attraversare aree protette su sentieri sicuri, camminare nei boschi, su monti e valli.

Camminare oggi in natura è molto più facile, non ci sono tutte le difficoltà di un tempo nello spostarsi da un luogo all’altro, eppure, nonostante ciò, il solo pensiero della fatica toglie a molti anche solo il desiderio di iniziare a farlo costantemente.

Fa del tuo camminare un’arte. Attraversare un bosco a piedi ti permette di ritornare alla Natura, liberando la testa dai troppi pensieri che solitamente l’attraversano. Trascorrere il tempo in compagnia di alberi che ti osservano silenziosamente può pulire il tuo animo da ogni impurità, quasi stessimo attraversando un filtro in grado di rigenerare la vita al solo passaggio.

Camminare

Oltre all’attività fisica e ai suoi ben noti benefici per il corpo, possiamo anche gioire di questi effetti rivitalizzanti  per la mente e lo spirito. L’attenzione al silenzio, l’ascolto concentrato dell’ambiente e del proprio respiro sono attività che aiutano l’umore ed hanno un naturale effetto benefico sul controllo del proprio sistema nervoso. Camminare all’aria aperta è una sana attività aerobica ed un valido antidepressivo naturale, che spegne consolidate abitudini tossiche del mondo, dall’uso smodato della televisione al consumismo sfrenato. Dopo una bella camminata in natura, poi, si beneficia di un sonno migliore ed il meritato riposo fisico sembra decisamente più efficace del solito a prescindere dalle ore di sonno.

 

Camminare nel bosco

L’arte del camminare ha in sè significati ben più profondi, ancestrali ed introspettivi di quanto si possa in genere ritenere. Quel senso di libertà che in molti cercano, credendo sia quasi impossibile da ottenere, è molto più vicino di quanto si possa in realtà immaginare. Immergersi nella natura, farsi accarezzare dai suoi mille odori, incontrare i suoi mille figli e camminare con essi è già riconciliarsi con il mondo e con se stessi… per la mente, per il corpo, per lo spirito.


 

post

Solstizio d’Inverno: quando la luce vince le tenebre.

Solstizio d'Inverno

Che i giorni dell’anno non fossero tutti uguali era ben noto ai popoli fin dai tempi più remoti. L’alternarsi ritmico delle stagioni e la differente durata del giorno in relazione ad esse garantiva il protrarsi della vita sulla terra e l’uomo, che conosceva molto ma non abbastanza del cielo per capirne appieno le ragioni, viveva col proprio astro un rapporto di dipendenza che molto aveva di magico.

Il sole, infatti, nasceva e moriva ogni giorno accompagnando le attività quotidiane delle persone che, fin dai primordi, guardavano al cielo e alle sue infinite trasformazioni come si guarda ad un riferimento assoluto, ad un padre o, molto più spesso, alla genesi di tutte le cose.

L’istinto più che la conoscenza guidava l’ uomo a riconoscerne ritmi e cadenze, fino al determinare ricorrenze annuali imprescindibili per la vita del proprio territorio. Accadde esattamente questo quando, nell’emisfero boreale, il nostro, le popolazioni antiche attribuirono al Solstizio d’inverno un significato ad oggi tutto da riscoprire. Anche quando non avrebbero potuto calcolare l’angolazione dell’asse terrestre o conoscere esattamente le ragioni scientifiche del fenomeno, essi vivevano appieno le conseguenze della riduzione delle ore di luce in prossimità delle date comprese tra gli attuali 19 e 23 del mese di dicembre e attendevano il momento in cui queste sarebbero tornate a crescere nuovamente, identificando in questa particolare porzione dell’ anno il momento cruciale dell’ intero ciclo solare. Quello che sembrava ai loro occhi avvenire era di fatto una sorta di lotta tra tenebre e luce, un momento di drammatico contendere in cui l’astro maggiore, simbolo incarnato della forza della vita, incontrava una sua propria crisi, venendo attaccato dal suo diretto contraltare, il buio, e non riusciva ad averne la meglio se non sfiorando prima la catastrofe di una notte quasi infinita.

L’ alba che ne veniva, immediatamente dopo, era quindi la prima per eccellenza, la rinascita, quella che sanciva la vittoria dell’astro come della vita sulla morte, perché da questa in poi le ore di luce del giorno non avrebbero fatto altro che aumentare nelle stagioni a venire, fino alla prossima ciclica fine dell’anno, nello stesso identico modo e con la stessa felice risoluzione. Non è un caso che la data di nascita delle maggiori divinità del bacino del mediterraneo, da Mitra a Cristo, cadesse esattamente in questo periodo, né che in nord Europa sorgessero primitivi luoghi di culto per celebrazioni specifiche. Gli uomini cominciarono presto a vivere questo momento dell’ anno come un decisivo spartiacque della natura e, al tempo stesso, della propria vita spirituale: morire col protrarsi delle tenebre per poi rinascere con un sole che sarà un sole nuovo, un primo sole che sorge il primo giorno di un nuovo ciclo, quello che vedrà le ore di luce aumentare via via sempre di più, vincendo la propria lotta contro il nero.

Ancora oggi che tutto questo sentire sembra ormai lontanissimo, in realtà, viviamo ancora la magia di questa morte/rinascita nell’attesa stessa del Natale, anche se con le opportune differenze. Non nella pratica religiosa, né tantomeno nella più prosaica rincorsa al regalo, ovviamente, ma nel sentimento dell’attesa di qualcosa che si risolve, poi, nell’ intimo del nucleo fondante della famiglia, al calore dei focolari domestici, vicino ai cari, e con la venuta, in ultimo, del primo giorno di un anno nuovo.

Iscrivetevi alla newsletter di www.montagneselvagge.com, inserendo la vostra email e i vostri dati nell’apposita sezione. Oppure inviaci un msg tramite whatsapp al numero 3382717448 con il vostro nome e verrete aggiornati su tutte le nostre attività.

14517476_708698049282845_3623520930474393356_n

post

La vera storia di Bon, il Mazzamurello del Monte Velino

Mazzamurello

Svanisco all’improvviso, non ho ombra, non lascio impronte, appartengo al piccolo popolo fatato.

Il mio nome è Bon, sono nato alle pendici del grande Monte Velino nel 1600 nel tronco cavo di una grande quercia e sono un magico mazzamurello. Sono alto 30 centimetri, ma ho la forza di dieci umani.

Mi piace vestirmi di marrone come la terra o di verde come le foglie e porto un cappuccio a cono. Sono il piccolo gnomo delle nostre montagne, conosco bene ogni sentiero e molte volte aiuto i viandanti che hanno smarrito la via, anche se non possono vedermi.

Sono messaggero per chi non c’è più, un’ anima giocosa del verde, che si farà beffe di chi è cattivo, aiutando invece chi avrà un cuore buono. Ho vissuto nei pagliai, nei capanni, nelle grotte, nel bosco, nei tronchi cavi degli alberi, ma spesso mi piace nascondermi nelle assi di legno dei pavimenti o nelle soffitte delle vostre case.

Alcuni di noi scelgono di vivere con gli umani ed anche io ho spesso vissuto con loro. Se di notte o durante i pomeriggi assolati sentite un bizzarro rumore e origliate da un muro per cercare di capire e vi aggirate in casa un po’ sorpresi, pensando di non essere soli, avete ragione: potrei essere io. Sarò vostro alleato e complice di buona sorte se mi avrete ben “ospitato” in casa, e svelerò, magari solo per voi, nascondigli di antichi tesori.

Spesso raggiungo la vetta del Monte Velino per ammirare le stelle e durante il cammino raccolgo magiche pietre che poi porto con me.

Siamo noti agli umani da più di 2000 anni, ma siamo molto più antichi di quanto possano pensare. In passato molti umani erano in grado di vederci e noi lavoravamo la terra con loro. Se oggi camminando nel bosco avrete la sensazione di essere silenziosamente osservati, ma girandovi per capire meglio non trovaste nessuno, non pensate semplicemente di esservi sbagliati, se osserverete meglio scoprirete di non essere soli e troverete i miei occhietti vispi lì nel verde dove amo nascondermi.

SEGUICI ANCHE SU FACEBOOK E INSTAGRAM

Monte Velino

Monte VelinoMonte Velino 13939447_272694563114268_756526221546093735_n

post

IN BOCCA AL LUPO: L’AUGURIO MIGLIORE CHE SI POSSA FARE

Quel vecchio modo di dire cui si risponde istintivamente “crepi”, quasi si scampasse al peggiore dei pericoli, è in verità l’augurio migliore che potremmo aspettarci da chi ci vuole bene. “In bocca al lupo”, in effetti, non si vuol riferire, come ormai da tempo si crede, al pericolo, scampato o meno, di finir divorati appunto da un lupo, che si spera poi possa in qualche modo finir disinnescato dal nostro “crepi” buttato in risposta d’istinto, se non con qualche timore. L’origine dell’augurio, al contrario, farebbe riferimento all’attività amorevole di mamma lupo che, per proteggere dai pericoli i propri cuccioli, lì sposta da una tana all’altra, prendendoli, appunto, delicatamente tra i denti. Effettivamente, pensandoci bene, non avrebbe alcun senso augurare a qualcuno di finire sbranati, sperando che il lupo “crepi” solo facendo attenzione alla risposta appropriata da dare immediatamente dopo. L’augurio più sincero, al contrario, vorrebbe chi lo riceve al sicuro da qualunque pericolo, come un cucciolo protetto dalla madre. Come è possibile, allora, che si sia confuso fino a questo punto un augurio che avrebbe meritato in risposta solo un accorato “grazie mille”? Va ricordato che, nel tempo, il lupo non ha vissuto di ottima fama tra le campagne e i propri abitanti, soprattutto tra quanti di loro avessero dei capi di bestiame potenzialmente a rischio in aree dove il lupo abitualmente vivesse. Ecco che, nei secoli passati, il nostro lupo si ritrovò a subire una fama poco felice, che lo volle descrivere come animale feroce, potenzialmente pericoloso, fino a divenire antagonista perfetto delle favole per bambini, dove, da Cappuccetto Rosso in poi, era spesso emblema del pericolo e del male. “Crepi il lupo!” dunque non era che l’unica risposta possibile ad un augurio che col tempo s’era fatto sempre più incomprensibile. “Crepi il lupo!” come la formula magica in grado di scongiurare il pericolo, altrimenti incombente, di finire divorati da una belva famelica, scatenata, non si capisce bene perchè, da qualcuno che, invece, vorrebbe dedicarci un augurio. Oggi che, a ben riflettere, siamo in grado di riportare alla luce il vero spirito di “in bocca al lupo”, iniziamo a risponde “grazie di cuore!” ogni volta che qualcuno ce lo augura, perchè, anche se non lo sa, sta desiderando per noi tutto il meglio possibile.

Segui Montagne Selvagge anche su Facebook!

in bocca al lupo

 



post

Solstizio d’estate: trionfo del sole e della luce sul buio della notte

Oggi è il 21 giugno, solstizio d’estate, inizio della nuova stagione. Gli antichi popoli indoeuropei, che vivevano in relazione strettissima coi fenomeni celesti, celebravano questo giorno come trionfo del sole e della luce sul buio della notte. I due solstizi, come due porte simmetriche, poste agli estremi del calendario, segnano dalla notte dei tempi della storia dell’uomo i due giorni fondamentali nel rapporto tra noi e la massima stella che regola la vita sulla terra. Il giorno che vede il minor numero di ore di luce è il solstizio d’Inverno (21 dicembre) e quello che registra il maggior numero di ore di luce è il solstizio d’estate (21 giugno). Ad entrambi questi giorni venne riconosciuta una sacralità particolare e solo durante queste ore si compivano riti propiziatori e celebrativi in onore del sole che, se durante il solstizio d’inverno lottava tenacemente per risorgere, durante quello d’estate otteneva il massimo fulgore, in attesa di decrescere lentamente, poi, verso il nuovo ciclo a venire.

Solstizio d'Estate

post

La Cascata del Vitello d’Oro

Cascata del Vitello d'Oro

Nella Val d’Angri, a Farindola, si apre uno scenario suggestivo ed unico nel suo genere: con un salto di 28 metri la cascata del Vitello d’Oro si tuffa nel fiume Tavo. Nell’area circostante la stretta Val d’Agri è un mantello di boschi da cui svettano di lontano le cime del massiccio meridionale del Gran Sasso e l’area faunistica del Camoscio d’Abruzzo e quella del geotritone italico, rendono il luogo apprezzabile e di grande interesse per gli escursionisti. Per raggiungere la cascata si può seguire un comodo sentiero che vi arriva direttamente dalla strada e permette di risalirla grazie ad un sistema di scale e ponticelli. Il curioso nome che porta è frutto della storia leggendaria di un’apparizione: in un tempo ormai remoto, infatti, all’alba del giorno di San Giovanni, si dice che ad alcune donne intente a lavare i panni nello specchio limpido del Tavo apparve all’improvviso una piccola vitella di color giallo oro. La fantasia popolare, ebbra di miti antichi e storie fantastiche, vi lesse un segno del destino ed immediatamente ribattezzò il salto col nome che ancora porta.

Cascata del Vitello d'Oro

Cascata del Vitello d'Oro

Cascata del Vitello d'Oro

Cascata del Vitello d'Oro

Cascata del Vitello d'Oro

 

post

Dall’antica dea Angizia alla festa odierna di San Domenico a Cocullo: il rito dei serpari attraversa i secoli.

 

 

2711lafestadisandomenicoeilritodeiserparidicocullo

Un santo che esce dalla propria chiesa completamente avvolto di serpenti tra il crepitio degli applausi e le urla dei fedeli in massa, accalcati sotto il sole: una visione che sconvolse nei secoli, divenne persino oggetto di scandalo, eppure non spense mai la curiosità di fedeli e semplici spettatori che ogni anno, a maggio, si riversano a Cocullo per assistere a quella che sembra essere una delle ultime reliquie viventi di un mondo che non esiste più. Il passato che abbraccia il presente per raccontare la storia di una terra che vive di memoria e non rinuncia a nulla di se stessa, piuttosto assorbe e riutilizza i propri simboli, resistendo ad ogni tentativo esterno di costrizione, persino di censura.

L’Abruzzo nasconde bellezze naturalistiche ad ogni passo e questo lo sanno in molti. Tanti ancora non sanno, però, che questa terra magica è stata anche in grado, nel tempo, di raccogliere l’eredità dei popoli che l’hanno abitata senza perdere la suggestione di gesti antichi e riti che non sarebbero stati conservati altrimenti. La storia della festa dei serpari, che raccoglie migliaia di persone da ogni luogo del mondo nella piccolissima Cocullo, infatti, sembra avere ben poco del rigore medievale della Chiesa cattolica. L’idea che un’immagine sacra, una statua venerata, venisse letteralmente assalita da animali ritenuti ambigui e simbolo di tentazione persino nelle Sacre Scritture non permetteva sonni tranquilli per chi, in Vaticano, aveva il compito di tutelare sulla morale e sull’ordine della dottrina. Come potevano conciliarsi, dunque, delle serpi in chiesa, portate in processione e poi uccise sul sagrato, con il portamento remissivo del timido frate umbro che intorno all’anno mille arrivò in Abruzzo e si trattenne a Cocullo in ritiro quasi monastico? All’occhio attento di un qualuque uomo di chiesa di un altro secolo sarebbe sembrata un’eresia. Eppure nulla, neppure l’evidenza, riuscì a cancellare un rito talmente amato da mantenersi per lo più intatto fino ai giorni nostri. Dovremmo dunque chiederci: come è stato possibile? Cosa può aver risolto l’eterno conflitto tra il serpente e le scritture, avvicinadolo a tal punto al divino da permettere un contatto diretto dell’animale col Santo? Ed infine: perchè San Domenico non può più, oggi come oggi, fare a meno delle serpi nel giorno a lui dedicato?

Cocullo-5

Ogni risposta utile a queste domande va ricercata nella capacità, come dicevamo, tutta abruzzese di coltivare e mantere vivi nei secoli usi e costumi, anche antichissimi, concedendo loro una seconda vita anche quando le circostanze storiche ne decreterebbero la fine. In questo modo la tradizione dei serpari, nata e cresciuta in seno al paganesimo, sopravvive al paganesimo stesso dopo la sua definitiva estinzione, arrivando ad essere accolta in seno alla Chiesa in modo apparentemente naturale, quasi fosse un’eredità scontata, come poche volte siamo abituati a vedere. Sappiamo infatti dagli storici romani, come Plinio il Vecchio, e dai grandi letterati, come Virgilio stesso, che l’area appenninica popolata dagli antichi Marsi era interessata dal culto della dea Angizia,

angitia

esperta di arti occulte come le sue mitiche sorelle, Circe e Medea, guaritrice abile e incantatrice di serpenti. Per venerarla, il popolo cui lei stessa, si dice, avrebbe trasmesso le capacità di cui andava fiera, ne portava in processione la statua e con essa le serpi catturate nella zona. Questa sorta di processione propiziatoria si consumava a primavera inoltrata, perchè la dea dei Marsi era anche una divinità legata ai culti della fertilità e per questo veniva celebrata nella stagione della rinascita della natura, dopo la lunga notte invernale. I serpenti poi, di cui lei si diceva conoscitrice prima, in grado non solo di renderli mansueti, ma anche e soprattutto di renderne innocui morso e veleno, venivano uccisi al termine della processione, esattamente come avveniva, ma fortunatamente non avviene più, per la festa del Santo oggi, a Cocullo. I punti di contatti, come appare evidente, tra le due liturgie sono moltissimi e appare evidente che le montagne stesse, con la naturale propensione al contenimento, abbiano, insieme al patrimonio umano di queste terre, da sempre particolarmente legato alla propria identità, contribuito a riversare l’antico nel nuovo culto di San Domenico, odierno volto del culto pagano della dea dei Marsi. A chi abbia nel tempo voluto obiettare che Cocullo fosse troppo lontano dal cuore del culto di Angizia, venerata prevalentemente sulle rive del lago del Fucino, va ricordato che la zona è comunque stata interessata da un’altra figura mitica, ugualmente vicina alla simbologia del serpente: il divino Ercole.

Ercolefanciullochelottacontroilserpente

Figlio di Giove e di una delle sue più famose fughe amorose, quella con la splendida Alcmena, rischiò la vita appena nato quando Giunone, feroce di gelosia, tentò di ucciderlo nascondendo nella sua culla due enormi serpenti velenosi. Leggenda vuole però che il bambino, incredibilmente, riuscisse ad ucciderli entrambi, soffocandoli con la sola stretta dei pugni, alzandosi in piedi dal piccolo giaciglio. Di statue dell’eroe, possiamo starne certi, è disseminata l’intera marsica, Cocullo compreso, la cui area, per la verità, risulta piuttosto periferica rispetto al resto della zona.

Compresi i perchè di questa bizzarra tradizione, non ci rimane che ammirare l’abile capacità di quei serpari, giovani o vecchi, donne o uomini che siano, che trascorrono le settimane prima del giorno della festa raccogliendo i propri esemplari di serpenti locali, il Cervone, il Biacco, la Biscia dal Collare, del tutto innocui per l’uomo, per custodirli, offrirgli cibo e prepararli alla festa che ora trova la sua data fissa il primo di ogni maggio. Per tutta la giornata i serpenti, in compagnia dei propri serpari, si offrono volentieri al pubblico curioso, che cerca un contatto ravvicinato unico nel suo genere. Durante la processione, poi, accompagnano il Santo per le vie del paese, quasi conoscessero, a loro modo, ruolo e modalità. A fine giornata ogni serparo riprende i serpenti, riconoscendo i propri esemplari da segni di smalto impercettibili sulla loro pelle, per riportarli esattamente dove li avevano trovati, in natura. La festa così si chiude ogni anno a notte inoltrata, con fiumi di curiosi che lasciano il piccolo borgo che, per un giorno soltanto, sembra far rivivere, come una magica porta temporale, quella che per secoli è stata una delle più antiche tradizioni misteriche del nostro paese.

 

image