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Monte Velino: le origini del suo nome

Monte Velino: le origini del suo nome


Postato il Mar 7, 2019

Cima del Monte Velino con croce di vetta, dove vento e freddo creano trasformazioni di ghiaccio e spirito.

Questa nostra foto, scattata nell’aprile del 2013, mostra un Velino ancora completamente sommerso di neve, con la vetta contesa, quasi, tra due sistemi di bianco in lotta: cielo denso e terra candida.

Monte Velino, “il Signore del Lago”, come veniva chiamato dagli antichi, dominatore ed osservatore del Fucino da migliaia di anni.
Oggi il lago non esiste più perchè prosciugato dal principe Torlonia nella seconda metà del XIX secolo, eppure il Velino è sempre lì, magnifico ed elegante. Pensate a quante generazioni ha visto crescere e morire, quante persone sono passate ai suoi piedi, quanta storia è trascorsa, dagli antichi Marsi alle conquiste dell’Impero Romano... solo lui potrebbe raccontarci la storia di questi luoghi nei minimi particolari.

Il maestoso massicio che domina la piana del Fucino deve il suo nome al lago scomparso, di cui fu silente custode per secoli. Si narra infatti che per gli antichi “inu” fosse un termine in uso per intendere “fonte” o “distesa d’acqua”, mentre il resto del nome rimandasse alla radice “bel/belu”, usata comunemente per “signore” o “dominatore”.
Il Monte Velino, dunque, rimane allacciato così, per nome e destino, inesorabilmente, al suo ambiente, anche se questo rimane vivo, ormai, solo nell’animo antico di questi luoghi.

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Sperone Vecchio, sorge in una località denominata “valico delle forchette” a quota 1224 m. sul Monte Serrone, alle porte del Parco Nazionale d’Abruzzo, lazio e Molise, compreso nel territorio comunale di Gioia dei Marsi (Aq).

Il nome del borgo discende dall’unione di due castelli chiamati Sparnasio (dal dio Pan protettore dei pastori e delle greggi) e Asinio. Dopo la distruzione di entrambi i castelli, ne risorse uno solo (Sparnasio) che fu chiamato “Speron d’Asino”.

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Le nostre esperienze in montagna ci consentono di darvi qualche prezioso consiglio su come vestirsi e cosa portare durante le escursioni.

La montagna è un ambiente in cui le condizioni meteorologiche possono mutare rapidamente, quindi abbigliamento e attrezzatura non vanno lasciati al caso, ma scelti con cura, facendo riferimento a capi studiati appositamente.

In montagna occorre essere preparati a repentini annuvolamenti e pioggia, per cui è calorosamente consigliato un equipaggiamento adeguato, in grado di far fronte a qualunque evenienza.

Il modo migliore per tenere sempre sotto controllo la propria temperatura corporea è probabilmente quello di vestirsi a strati (si dice anche “a cipolla”)

Lo strato primario (attaccato al corpo) regolerà la traspirazione, quello intermedio consentirà di mantenere la temperatura corporea, mentre quello superiore consentirà la protezione dagli agenti atmosferici esterni (vento, pioggia, neve, ecc.).

I fattori che determinano la scelta dell’abbigliamento sono:

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L’incanto della montagna

A cura del Dottore Domenico Bumbaca, Psicologo Psicoterapeuta.

Studi recenti in merito al fare trekking, da soli o in gruppo, hanno definitivamente confermato, che produce benefici sia sul piano fisico che psicologico.

Infatti, gli studi dimostrano, che le passeggiate in montagna, riducono lo stress di tutti (dalla massaia al manager) e producono significativi miglioramenti psicologici, dal momento che riducono in modo tangibile il livello della depressione.

Lo studio nello specifico

La rivista Ecopsychology ha pubblicato uno studio condotto dai ricercatori delle università: De Montfort University, l’University of Michigan e l’Edge Hill University (EHU), coordinati dalla d.ssa Melissa R. Marselle della EHU.

Lo studio ha preso in considerazione 1991 partecipanti di un programma “Walking for Health”, che coinvolge più di 70.000 escursionisti l’anno (il numero delle escursioni, circa 3000 a settimana, ha permesso l’analisi di una enorme mole di dati).

Le escursioni fatte all’aperto e in compagnia, si son dimostrate utilissime, in particolare alle persone che hanno subito degli stress emotivi importanti (divorzi, malattie, la morte di una persona cara, la disoccupazione, la depressione, …)

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Nessuno potrebbe mai sospettare che i fitti boschi poco distanti dal piccolo comune di Collelongo (AQ) nascondano segreti di valore inestimabile e pagine di storia antica ancora non del tutto decifrate. Eppure i colli che a nord est del borgo abitato circondano l’area piana di Amplero, a sud dell’ex bacino del Fucino, furono terra attiva e vitale fin dal VI secolo a. C., rivelando tracce degli antichi popoli autoctoni, ben prima dell’arrivo dei romani nel territorio abruzzese.

 

Valle d’Amplero

Necropoli del Cantone

L’area archeologica, scoperta a metà dell’ottocento, divenne oggetto d’indagine approfondita alla fine degli anni sessanta dello scorso secolo proprio in virtù dei resti notevoli di volta in volta rinvenuti, che permisero all’Università di Pisa di individuare, nei decenni a seguire, un’ampia area fortificata sul colle detto La Giostra. Quello che la campagna di scavi del 1978 portò alla luce permise di comprendere una volta di più il mondo e le attività cultuali del popolo degli antichi marsi, anime guerriere che vissero queste valli che ancora ne portano il nome da secoli.

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FAGGETA DI VAL CERVARA: SCRIGNO DEL TEMPO E DELLA SAGGEZZA IN TERRA D’ABRUZZO

Se la vita di un uomo non può arrivare ad abbracciare un tempo più lungo di un secolo, la sua terra, al contrario, conosce creature in grado di raccogliere secoli di memoria in una sola esistenza, divenendo custodi di un sapere antico.

È questo che accade quando siamo in luoghi incantati come la foresta di Val Cervara, nel Comune di Villavallelonga, nel territorio del parco nazionale d’Abruzzo, Lazio, Molise, dove sopravvive al tempo la più antica faggeta d’Europa.

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